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11 June 2017

Il potenziale rivoluzionario

"Guarire significa liberare il potenziale rivoluzionario insito all’interno di ogni persona "

Negli ultimi tempi ho scritto in maniera diversa in questo blog. Spesso ho piu' citato, messo link, che elaborato a modo mio i contenuti. La mia azione e' stata volontaria: farsi da parte, ascoltare e far passare un messaggio senza mettersi in mezzo con le proprie parole. 
Mi rendo conto che in questa cavalleresca umilta', ho anche rinunciato alla semplice introduzione di argomenti che credo centrali, che forse sarebbe utile "condire" con il filtro del mio vissuto affinche' si rendano piu' accessibili e meno astratti. Insomma non faccio fatica a citare, ma so anche che non basta.
Non ci sono significati "soli" al mondo. Li abbiamo sempre condivisi con qualcuno che prima (e dopo) di noi li ha elaborati. E, piu' o meno incosciamente, ogni volta che diciamo, automaticamente ci inseriamo in un insieme di significati, filosofie e forme pensiero. 
Allora la pretesa di esser "originali" non va nei contenuti che abbiamo trovato ma nei modi: dove li portiamo questi significati, dipende da noi. Quali domande vogliamo soddisfare...
Saper riconoscere e scegliere i pensieri e' la misura della nostra consapevolezza. E' quello che in fotografia si chiama editing: scegli cosa tenere di uno scattato fotografico e cosa buttare via, poi gli dai un ordine e quell'ordine contribuisce a dar un senso. 
Puo' sembrare un atto artificiale e in effetti lo e'. Ma per ironia della sorte, e' l'unico atto che se fatto consapevolemente ci sottrae a un'artificialita' meccanica ricevuta tacitamente (dal contesto) e ci consegna, limpida e pura, la nostra intenzione profonda affinche' diventi azione libera da condizionamenti. Un messaggio chiaro, una cifra della nostra anima.

Io credo che, una volta liberi dagli inquinanti, tutti in fondo vogliamo avere una felicita' condivisa, che non escluda nessuno.

E' dunque senza sottrarmi al mio potenziale rivoluzionario, che quest'oggi cito Mauro Scardovelli.
Lo cito per due motivi a me contingenti. Mi e' capitato di confrontarmi con persone che agivano come se fossero "sole". Sia nel caso in cui avessero un forte bisogno di sentirsi originali rispetto agli altri (un narcisismo e la creazione di un Se' grandioso che non ho difficolta' ad accettare solo SE e' messo al servizio effettivo di un'azione positiva nel mondo e non per un "ritorno di immagine"), sia nel caso in cui avevano una visione dell'uomo cosi' parziale da non saper accettare la propria responsabilita' sulle loro parti interne, e sviluppavano un gran attaccamento verso la maschera non solo propria ma anche altrui. Il tipico esempio di quest'ultimo caso e' quello del persecutore (che si taglia fuori dalla vera compassione) che puntando il dito dice "tu non mi hai voluto bene" o "non sei stato perfetto" solo perche' i suoi bisogni (pretese) compensativi non sono stati soddisfatti per come voleva. In pratica ripete e sponsorizza la logica del dominio, quando la sua rabbia distruttiva copre in fondo la tristezza di non sentir amore, e la tristezza copre la sua paura di non poterne mai avere.
Infine, l'ultima traccia che mi ha portato a citare questo passo, e' un breve confronto con un amico che pur di giustificarsi e non specchiarsi in una situazione ha iniziato a usare la retorica degli oppressori per cui ha lavorato, giustificando in tal modo la sua debolezza in una maschera di "va tutto bene", e cosi' facendo finendo per giustificare anche il loro operato.

Contro la passivita' di queste posizioni il mio narcisismo e' disponibile a schierarsi col mio Io sano, e a prendere una prima posizione di battaglia, la prima e importantissima: la vedetta. Attenzione alle maschere, non prendiamoci in giro.
Sarebbe tutto il libro da citare, ma prendo questo passo perche' ci consegna un'arma alla portata di tutti, in diverse occasioni. Spero di avevri generato un po' di curiosita'. Buona lettura !

"Una persona che si autoumilia, si boicotta e si crede una nullità, non è solo un depresso o un masochista, in conseguenza di un copione appreso in famiglia, ma è anche appartenente ad un movimento collettivo che origina molto più da lontano, i cui cascami ideologici sono giunti ad inquinare l’ambiente relazionale e psicologico dove è nata e dove è cresciuta. I suoi genitori non sono molto più responsabili di lei, in quanto, in modo altrettanto inconscio, hanno assimilato quei veleni da chi li ha messi al mondo, e così via di generazione in generazione (Hellinger, 1998). Per questo alcune persone hanno difficoltà, pur provandola, ad esprimere rabbia nei confronti di genitori o autorità, che percepiscono a loro volta vittime del medesimo imbroglio. L’ideale sarebbe aprire il cuore, praticare il perdono, offrire l’altra guancia. Questa sarebbe vera guarigione. Ma è una via estremamente difficile, che ai più non è dato di praticare subito, pena la ricaduta nella maschera. Il perdono non sarebbe vero perdono, ma solo finzione. La psicologia clinica insegna che la rabbia non sarebbe affatto dissolta, ma compressa ancora più di prima. Ma allora che fare? Con chi prendersela? Con se stessi, aumentando ancora di più il senso di colpa e inadeguatezza? O con altre persone esterne, colpevoli solo di fare da schermo alle nostre proiezioni, e a loro volta vittime dei medesimi abusi di potere? Secondo la nostra esperienza, occorre riattivare la rabbia, e con essa l’energia vitale, non contro i genitori o contro altre persone (come prevede, ad esempio, la terapia bioenergetica), ma contro i virus del pensiero, riconoscibili all’interno della propria mente, nella forma di pensieri automatici, di convinzioni e credenze disfunzionali (Scardovelli, 2000). Questi pensieri, queste convinzioni, sono forme di ipnosi, stati alterati, illusioni (Wolinsky, 1991, 1993). Come l’opera di un ipnotista malevolo ed esperto, sembrano impossibili da cambiare. I ragionamenti e i buoni propositi non hanno alcuna efficacia. Ciò che occorre è reclutare molta energia vitale, l’energia vitale che è accumulata nel sé inferiore. Così il vero nemico - l’insieme delle ideologie perverse interiorizzate - viene combattuto con le sue stesse armi, cioè con la struttura aggressiva e distruttiva che ha prodotto all’interno della persona: il sé inferiore e la sua rabbia accumulata. Ma contro chi scaricare questa rabbia? 
Dal momento che non si può colpire a bastonate un’ideologia, si possono però colpire i suoi simboli: una frase autolesionista, un immaginario violentatore o personaggio perverso, o anche l’immagine di una persona reale da cui il paziente da bambino è stato abusato, visto come rappresentante di tutte le prevaricazioni ricevute. Questo modo di procedere è efficace perché, non colludendo con istanze separative, va al nocciolo della questione: il problema del potere. Imparando il distanziamento e la disidentificazione, la persona può comprendere la vera origine della sofferenza: le relazioni di non amore, cioè le relazioni di potere- dominazione, che ha vissuto passivamente, e quindi interiorizzato come aspetti del proprio copione. Occorre che la rabbia narcisistica venga indirizzata contro i virus, contro i demoni, finalmente individuati come i veri nemici da cui disidentificarsi e liberarsi. In questa lotta il narcisismo si allea ai progetti sani dell’io, trova finalmente gratificazione in essi, e si stempera. Ecco perché è così importante calare la maschera, avere il coraggio di guardare le parti più negative di sé: lì c’è un’enorme quantità di energia vitale accumulata, che può essere messa al servizio della trasformazione. I percorsi terapeutici, evolutivi o spirituali, che negano questa realtà, e vogliono disfarsi del sé inferiore e del narcisismo limitandosi ad ignorarlo e a non alimentarlo, hanno spesso il triste destino di renderlo ancora più inconscio, più subdolo e pericoloso per sé e per gli altri. Guarire significa liberare il potenziale rivoluzionario insito all’interno di ogni persona (Hillman, Ventura, 1990). Significa che il potenziale energetico del narcisismo interno, cambiato di segno, viene messo al servizio dell’impegno e della lotta per la costruzione di un mondo migliore di quello edificato da una società narcisista: lotta, non adattamento passivo ad un ambiente malato, o semplice eliminazione dei sintomi; impegno non per riparare al senso di colpa, che confermerebbe solo l’etica autoritaria da cui la colpa origina, o per colmare un vuoto interiore in una ricerca solipsistica; ma impegno e responsabilità che derivano dal senso di partecipazione e di pienezza ritrovate, e dal coraggio di guardare la realtà, al di là del velo delle illusioni. Non è una via comoda, ma necessaria. Una coscienza che si risveglia non può più rimanere indifferente di fronte ai gravi mali e ingiustizie che sono quotidianamente sotto i nostri occhi. La coscienza risvegliata, come dice il buddhismo, comincia naturalmente a vibrare di compassione e desiderio di agire, nel momento in cui, superate le istanze separative, si accorge che la sofferenza degli altri esseri è anche la sua sofferenza. Quando la visione si allarga e cambia lo stato di coscienza, il centro del cuore si apre. 

(...Allora) Perdono significato le filosofie nichiliste, le ideologie autoritarie, le visioni pessimistiche e terrifiche, che ci inducono ad arrenderci e ad accettare come naturale un mondo di dominazione e sfruttamento. Esse appaiono per quello che sono: produzioni sofisticate e perverse dell’intelletto umano, separato dal cuore e dalla coscienza sensibile. E’ pericoloso dedicare troppi anni a studiare queste produzioni, se non si lavora simultaneamente per sviluppare empatia ed amore. Il rischio è di perdere la strada, lasciandosi affascinare dalla complessità e dall’aspetto estetico di costruzioni in gran parte vuote, che rivelano, accanto all’intelligenza, anche la separatività dei loro autori. Un pensiero non guidato dal cuore è monco, per sua natura distorto."

da M. Scardovelli, Democrazia Potere e Narcisismo

3 February 2016

Why do you shoot?

I have just discovered this amazing blog, about photography and human happiness.
The most important question is: 

Why do you shoot?

If photography is not making your heart sing, and your soul flourish— why do you do it?

see the article on: http://erickimphotography.com/blog/2016/02/02/photography-for-the-soul/#more-27045 and how the photographer McCullin stopped to photograph war:



Some quotes:

"But why this need for bravado in photography?

Why do fashion photographers think they rule the world, because they have fancy lights, beautiful models, and assistants? Why do street photographers think that their genre is more “pure” than others because they don’t need any external tools besides their cameras and public areas to make photos? Why do nature photographers think that they’re enlightened because they enjoy nature and shoot with these huge telephoto lenses? Why do black and white photographers look down on color photographers, and why do color photographers see black and white photographers as being stuck in the past?

All photography is photography

Let’s all get along.


We’re all one community of human beings, photographers— rather than distancing ourselves from our fellow photographers, we should accept all photographers into our sphere of love, compassion, and empathy.

Photography is not about making photos. Photography is about helping us see the light of the world (pun intended), for helping us appreciate the beauty in the mundane, and to make our hearts and souls sing."




Thanks Eric for saying it loud.

31 August 2013

Abbiamo bisogno di filosofi

Non c'e' niente di piu difficile per un uomo che godere della sua propria Bellezza in santa pace.

Crederci, sentirla.

Vederla  e non temerla. Starci solo, la' dentro.

Senza sottoporla al giudizio -positivo o negativo- altrui.


La sua propria Bellezza, quella che lui solo conosce  e forse, semmai, ogni tanto qualcuno riconosce o nega. Ma un altro non vi avra' mai totale accesso e, tutto sommato la valutera' una bellezza "normale", come senz'altro crede che sia la sua...quando in verita' ognuna e' straordinaria, capace di stupire e auto-stupirsi ogni giorno.

Se non si paragona a nessuno, ogni uomo e' una stella bellissima.
Non sa neanche di aver torto o ragione.
Non ne ha bisogno.

Conosci te stesso e conoscerai il mondo intero.

Vorrei parlare con Socrate.

Abbiamo piu' che mai bisogno di filosofi.
"Santi poeti e navigatori".

Essi verranno dall'Italia.
Quando gli italiani smetteranno di recitare la crisi, e si ricorderanno di essere bellissimi.
Rifiorira' la cultura della Bellezza.

14 August 2012

Alla mia Palermo

Palermo.
L'ho fermata la mia Palermo, qualche giorno fa.

Al centro di un aiuola degli immigrati vendevano oggetti del dopoguerra. Vecchie radio, telefoni, persino maschere antigas. Una donna aveva un tulle bianco su tutto il corpo, rideva con altre indiane, che pareva una sposa. C'erano quaranta gradi. Era tutto così...irrazionale.
Un uomo stanco e grinzato dal sole, sedeva a cavalcioni su una sedia di legno, fumando una sigaretta.
Mi ha guardato come se non potessimo essere che lì. Senza altrove negli occhi.
L'ho amato, con l'indifferenza che qui ho imparato. La stessa stanchezza grinzata della sua pelle. Dura per resistere meglio ai colpi. La stessa irriverenza del suo modo di sedersi, come un ragazzino.
Un giovane uomo intanto stendeva un tappeto persiano sull'asfalto. Un altro lo guardava con aria da supervisore, seduto sul gradino di una saracinesca chiusa.
Guardava, seduto, chiusa.
Tutto si muoveva immobile, come un polmone che continui a vivere senza corpo. A chi vendevano poi era un mistero...Non c'era nessun altro, eccetto i venditori.
Quaranta gradi e nell'aria densa la spazzatura, lasciata a marcire da giorni, si prendeva l'olfatto. Il sudore bagnava la terra, macchiandola.
Mi aggiravo con la macchina fotografica, come dentro a un set di un film western. Capivo che la mia città, in quell'angolo irrazionale, sperduto, era davvero vicina. La fiutavo. Così voltandomi ho visto le case abbandonate, ferite, trascurate. Le tende a righe al sole. Ho provato amore, di quello irrisolto, come un sorriso nel dispiacere.
Un camion andava via, alzando un'altra nube, e a un tratto quella che respiravo era la polvere delle catacombe, dei morti di peste e di mafia, la stessa terra sulle ginocchia sbucciate dei bambini che... "Susìti, ca un c'è nienti." ....Perchè bisogna rialzarsi, sempre.
Palermo è una mamma che dice "non piangere, se no ti do il resto" - delle botte, si intende. La mamma che non ti fa piangere mai, anche se fa male.
Eccola dov'era la mia Palermo, in quel fiato, in quel sudore, in mezzo al niente, tra le case assolate.
Come in un grande scenario di guerra, ma nella pausa set.
Questo click me lo porto nel cuore, e viene via con me.




Lasciare Palermo è come lasciare qualcuno che si ama ancora, sapendo che comunque non può funzionare. E' una storia che ti lega, ti lascia le cicatrici addosso, non puoi dimenticarla.
Eppure a un certo punto è finita, non puoi più restare.
Le dici addio, e il tuo cuore la benedice da lontano, disposto a non voltarsi più. Fa male. Ma di quel male che se te lo godi fino in fondo alla fine è una liberazione. Un guado, un purgatorio. E, per questo, ti lascia addosso 40 gradi di profonda compassione.

23 July 2012

...





Dov'è la mia malinconia?
Il tempo l'ha resa innocua e intatta.
Come una fotografia. 
La guardo da dietro un vetro:
s'infrange ma non mi prende. 
Scivola su un paesaggio stupefatto. 
"Oggi piove?" chiede il pino.
E il sole tace.



pioveva (pavieva)


L'attimo si fa ricordo
 e vola via.
Farfalla di un giorno, riposa su fiori nuovi.


Pioveva (e tramontava)


Senza malinconia non ho più storie addosso.
Sono nudi paesaggi.
Quando il pino più non chiede,
tacito il sole
risponde.


15 July 2012

Oggi ho visto il paradiso.
Un uomo, con capelli e barba lunga. Tanti tatuaggi colorati nel suo corpo, un grande sole nella schiena. Tre bambini con sè, i suoi figli.
Eravamo a mare, in una calda giornata di luglio in Sicilia.
Uno dei bambini deve aver avuto un problema con le onde sopraggiunte all'improvviso, e si è ferito negli scogli. Il piede e la mano sono rigate di sangue, ma niente di grave. Il bambino ha 8-9 anni e non piange.
Accanto c'è suo padre, che con grande calma, la voce calda, e i tocchi della mano gli dice che non è niente di grave, ma senza sminuire il problema. Gli dà forza, dicendogli che è abbastanza forte, sa resistere a questo, e meno si agiterà prima si cicatrizzeranno i tagli e passerà il dolore. Il bambino lo ascolta e si sente ascoltato, non ha bisogno di attirare la sua attenzione con urli e lacrime. C'è empatia.
Intanto il babbo gli prende la gamba e gli da 2-3 bacini, e butta un po' d'acqua di mare dicendo "disinfetta". Una cura infinita. 
Il bambino si guarda i graffi senza piagnucolare. Indica le cicatrici del padre, in mezzo ai tatuaggi rossi, dice "anche tu li hai", capendo che così suo papà è diventato grande. 
Suo padre gli dice: "sei stato bravo. Sei caduto bene, avresti potuto farti più male."
Lo adula quasi, ma con tanto affetto che l'adulazione è appena percettibile.
Non c'è giudizio, nè scocciatura per quell'imprevisto, nella sua voce. Si prende cura del figlio non perchè deve, ma perchè vuole. Un angolo di Paradiso.
Ho visto l'educazione, l'amore e l'insegnamento in una volta sola.
Ho visto un padre e mi ha commosso. Ho capito che quel bambino stava avendo una base solida, delle fondamenta su cui costruire  e sentirsi sicuro nella vita.
Quando sono andata via ho gettato uno sguardo verso di loro, e li ho visti distesi al sole. Il papà aveva un braccio sulla schiena di uno di loro, un contatto come per dire "sono qui, con te".
E mi sono sentita grata che esistessero.

2 July 2012

Pioveva col sole




Pioveva col sole.
Orfano di ombrello
mi stringevi al petto.
Sulla tua camicia nuda
il cuore era bianco
violento.
Io nascondevo la sigaretta
nel soprabito.
Per vizio, bruciavo la speranza
di nascosto,
mentre nel palco dei tuo occhi
il blu recitava scene
senza mai una parte precisa.
Ogni ricordo
bagnava la strada;
goccia a goccia
si sporcava.
Mi stringevi
sulla tua camicia nuda
a strizzare l'anima.
Solo questo restava di noi:
cenere e acqua.
Cenereacqua
e il sole attorno.


Grazie a Enrì per la foto d'ispirazione e la dose di malinconia catartico-sentimentale.

17 May 2012

Giardinaggio

Mentre innaffio le piante provo a parlare loro.
So infatti che gli fa un gran bene. Così dicono alcuni studi.
Però mi trovo spesso in difficoltà. Non so che dire.
- Heilà, come butta?
Non essendoci una risposta, mi blocco. So creare un dialogo solo iniziando ad ascoltare.
Mi ci vuole almeno un pretesto per iniziare un discorso.
In ogni caso evito di dire cose come:
- sbiribiiiii.... ma come sei carina!
Le piante non sono sceme. Non bisogna trattarle come bambini, se no poi se ne accorgono.

Insomma, in genere finisce che poi commento il tempo atmosferico.
- Bel Sole oggi eh?
O anticipo loro il meteo, con l'aria di chi la sa lunga.
- Oggi ti do poca acqua... che domani piove.
Guardo la terra che beve e già mi chiedo cosa dirò al prossimo vaso.
Cerco qualcosa per variare, ma è difficile.
La verità è che parlare innaffiando mi imbarazza molto.

Invece mi piace dare loro delle pacche dall'alto, tenendo il palmo della mano sui fiori.
In quel contatto so che ci sentiamo, e mi fa stare bene, come un piccolo anti-stress.
Mi chiedo cosa sentano. Chi sia io per loro, magari non Dio (che sarà piuttosto il Sole), ma magari un angelo custode sì.
E mi viene da pensare alle loro storie. Alle loro vite.
Ogni pianta porta il segno della sua storia. Cicatrici sui tronchi, foglie brucate, scottature. E quando ci penso le sento vicine. C'è un albero in giardino che mia madre voleva tagliare, dopo 30 anni, per far spazio al cemento. Le proteste in famiglia l'hanno salvato. Anzi, salvata, perchè quell'albero è femmina, lo avverto. Provo ammirazione per quest'albera con dei rami mutilati, ma che resiste a tutte le stagioni. Sono grata che sia ancora con noi.

Ieri, accovacciata vicina vicina alla terra, ho visto una formica trasportarne un'altra. Pare che sia un segno: quelle formiche si sono scelte per creare un legame, perchè non lo fanno con tutte. Questa solidarietà, il fatto che anche per loro ci siano delle scelte, mi ha colpito. Il mio mondo artificiale, i miei pensieri umani, la mia storia personale, sono diventati più leggeri. Ero così centrata su di me da dimenticare che tutto ciò che vivo io, lo vive in forma diversa ogni essere vivente. E ho amato quelle formiche che si affidavano l'una all'altra. Mi sono sentita meglio, con qualcosa da raccontare.
Così ora va decisamente meglio anche ad innaffiare.
- Ciao rosa selvatica! Tu non ti puoi muovere, ma sai ieri ho visto una formica proprio laggiù...
Ogni volta che amiamo qualcosa, impariamo anche a comunicare.

6 May 2012

TAO

Tao

Sono FELICE di aver scattato questa foto. Perchè è una visione.
Una nuvola, coprendo il sole, di riflesso ne rivela la forma e la luce.

Ecco:
L'ombra del Sole sul mare.


"La luce è l' ombra di Dio" 
disse una volta Einstein a Gustavo Rol.

L'immagine mi rammenta il Tao. L'orizzonte divide due apparenti opposti.

Mi pare che la Verità sia scritta ovunque.
Come una   a sul quaderno.
Il Nero, proprio perchè copre il Bianco, rivela uno Scritto.


Se l'inchiostro nero e il foglio bianco non fossero INSIEME, 
non si potrebbe leggere nessuna Storia.
E allora non ci sarebbe il Tempo.


Se Bianco e Nero fossero del tutto divisi,
sarebbe solo
una punta di penna
sospesa
sul piano della possibilità.


27 April 2012

Scadenza

Da un certo punto in avanti non c'è più modo di tornare indietro.
È quello il punto al quale si deve arrivare.


- Franz Kafka - 



Stanotte ho fatto un sogno. Trovavo in casa tanta roba scaduta, e la buttavo.
Ci sono cose che scadono. Ci sono barattoli che non apriremo mai. Possibilità, lasciate in credenza perchè ci fa piacere pensare che un giorno le assageremo. E invece poi scadono, e nessuno se ne fa più niente. 
Ogni "scadenza" ci dà un limite fino a cui si può aspettare, ma per lo stesso motivo rappresenta un punto da cui ricominciare.
Così impariamo che i barattoli che non abbiamo aperto non erano per noi, o che per qualche strano motivo abbiamo continuato a mangiare l'insalata piuttosto che scoprire quel nuovo sapore che ci incuriosiva.
A volte scopriamo chi siamo da cosa buttiamo via.
A volte si deve perdere un treno, per andare da qualche parte.
A volte si fanno cose strane: ci si dà una scadenza.




Certo, ci vuole fatica per fare ogni barattolo. Ovunque c'è questo consumismo, che divora e butta, senza attenzione. L'attenzione è il valore che diamo alle cose.
Ma ogni volta che butteremo via un barattolo con rammarico, ci ricorderemo del suo valore. Forse sbaglieremo ancora, o un giorno mangeremo meglio. Sceglieremo con oculatezza tra gli scaffali solo ciò che ci piace veramente.
Tutto passa ed è mutevole, come le stagioni. Ma continuo a pensare che ci sia qualcosa che non scade. Che ci sia una tavola in cui ogni giorno si fa il pane che si mangia, e resta dentro di noi. Treni che non importa se si prendano o meno. Ho da sempre questa visione, ma credo anche che dipenda da noi.


La Verità è una terra senza sentieri.

Krishnamurti

11 April 2012

L'attesa e la felicità

Ci sono giorni che sembrano a tema. Ogni cosa in cui ti imbatti sembra parlare dello stesso argomento, come se fosse la lezione del giorno. Oggi la mia lezione è sull'attesa e sulla felicità. Frasi vecchie e nuove si susseguono.

"Perché è così difficile trovare la felicità? 
Perché la si attende. "
(Omraam Mikhaël Aïvanhov)

Mi viene in mente una frase a cui ero particolarmente affezionata da ragazzina.

" - Ogni tanto mi chiedo cosa mai stiamo aspettando. 
Silenzio 
- Che sia troppo tardi, Madame."
(A. Baricco, "Oceano Mare")

C'è qualcosa di tipicamente umano e tragico, in questa attesa del "troppo tardi".
Qualcosa che sa di rimpianto, mentre si è ancora in vita, mentre si cerca o si aspetta chissà dove la pace.

Stasera le parole di Tiziano Terzani in "La fine è il mio inizio", completano il quadro. Ecco un uomo che ha saputo "allevare" un animo felice, anche quando il suo corpo fa ormai acqua da tutte le parti.

Mi convinco sempre di più di quello che i maestri spirituali ripetono da tempo.
Bisogna essere motivati, innanzitutto. E saper come fare...
come avere compassione e amorevolezza, innanzitutto per se stessi. Sì, perchè...

 (Immagine presa dal web)

8 April 2012

Sulle foglie


Un'immagine può essere banale. 
Una foglia non lo è mai.

Ognuna è diversa. Ha la sua storia, il suo colore, la sua propria forma.
La sua dignità di vita.

Un'immagine di una foglia vive questo controsenso.

Come può un'immagine fare immaginare, spaziare con la fantasia, quando gli occhi sono già abituati a vederla? Oh occhi anziani, occhi stanchi al mondo...senza più stupore.

L'immagine di una foglia...cosa deve comunicare in più, per essere desiderabile? 
Per fare una foto "riuscita"?

Forse questo è proprio degli uomini: immaginificare.
La volontà di dare un senso alle cose.  Così fare un'immagine "riuscita" significa:
trovare la metafora adatta per amare il soggetto. O almeno, per apprezzarlo con l'intelletto.

Niente è banale, quando il fine è amare la vita.
Quando si capisce che ciò che ognuno trova fuori sono parti di sè, ancora da amare.



Mi esercito a guardare...
Una meditazione fotografica .
Senza giudicare, se una foto "banale" sia o meno un amore riuscito.