3 dicembre 2014

Consigli

Una volta lessi in un libro di R.Bach che siamo bravi a dare agli altri i consigli di cui abbiamo più bisogno noi stessi.
Trovai questo paradosso plausibile, e certamente mi fece riflettere. Nella natura umana infatti c'è un anelito a far compiere ad altri quelle parti che mancano a noi stessi, forse proprio nell'intuizione che la completezza e la perfezione non siano un percorso personale ma corale.
Ad ogni modo, il consiglio che mi sento di dare oggi, mentre passeggio in un giardino e parlo a un pubblico di persone che non sono presenti e a cui penso di scrivere, è:
trovate e tenetevi stretti qualcuno che vi ami e vi stimi incondizionatamente, come una madre che vi veda splendidi anche quando sbagliate o vi imbruttite in un pianto. 
E se non avete avuto una madre del genere, o non una che sia sempre stata così aperta, badate che nessuna madre è stata mai perfetta, che qualche volta tutte le madri sono egoiche più che animiche. Ma da qualche parte una grande madre che sappia sempre allargare le braccia al figlio, seppure a volte non lo comprenda, c'è e deve essere esistita.
E poi trovate e tenetevi stretto qualcuno che vi critichi, e che il suo giudizio per quanto bruci una parte interna di voi, che sia essa giusto o errato orgoglio, possa comunque coi suoi richiami e consigli favorirvi la crescita, la realizzazione di voi stessi, senza che l'orgoglio vi induca a rigettarlo.
Tenete in considerazione entrambe le parti: il  padre e la madre.

Non cercate la comprensione degli altri a tutti i costi, perchè l'elemosina è sempre bistrattata, ma sforzatevi per quanto possibile di spiegarvi per non perdere la vostra voce.

Per quanto possibile però, aspettate a farlo, prendetevi una pausa. Spiegatevi prima sinceramente a voi stessi.






Da fotografa, non cerco scenari, ma occhi per vedere.

30 ottobre 2014

India - Varanasi (parte 1)

Ci vuole un po' per collezionare le memorie del viaggio in India. 
Intanto che sei lì in mezzo, è difficile capire
Sei troppo impegnato a masticare il presente per poterlo anche metabolizzare. 
I sensi sono pieni oltre misura. Percezioni corporali tutte attivate per registrare un posto nuovo. L'olfatto soprattutto.
Ho pensato a quel romanzo best-seller, Il Profumo di Patrick Süskind, che io non ho avuto cura di leggere, ma ce lo leggeva in classe al liceo la splendida supplente bionda che se la intendeva col prof. di filosofia del corso I. 
E quel libro aveva dei pezzi bellissimi, come questo:

« Gli uomini potevano chiudere gli occhi davanti alla grandezza, davanti all'orrore e turarsi le orecchie davanti a melodie o a parole seducenti. Ma non potevano sottrarsi ai profumi. Poiché il profumo è fratello del respiro. Con esso penetrava gli uomini, a esso non potevano resistere, se volevano vivere. E il profumo scendeva in loro, direttamente al cuore e là distingueva categoricamente la simpatia dal disprezzo, il disgusto dal piacere, l'amore dall'odio. Colui che dominava gli odori, dominava il cuore degli uomini. »

Beh, in base all'olfatto l'India non mi piace. A un certo punto ho quasi smesso di respirare. Desideravo il mare, la montagna. Un posto genuino, che desse un respiro turchino.
Non so se sia tutta così l'India, ma lì nella città più antica e sacra, Varanasi, terra di pire e cadaveri nel Gange, di incensi, mucche e immondizia per strada, lì dove la polvere si alza e diventa un tutt'uno con lo smog dei tuc-tuc. Beh, lì ho sentito al naso una certa estraneità.

A confermare l'olfatto, spesso la vista restituiva uno scenario da girone dantesco. 
Ma persino la nostra vista occidentale, poco avvezza a tutta quella povertà e morte dal vivo (permettetemi un gioco di parole), ha comunque anni di memorie cinematografiche impresse che permettono di apprezzare la "drammaticità" della scena. 


Quando fotografi sei tu il cameraman del film, e per il solo fatto che crei un ordine spaziale all'interno delle foto, un ordine che è quindi armonia, beh allora ti accorgi che le cose - in quelle foto - puzzano  di meno. Ci puoi mangiare su i pop-corn. E questo non toglie niente alla drammaticità della scena, alle cose che comunque non puoi cambiare.

E forse anche per scrivere ci vuole tempo. Per oggi il capitolo 1, finisce qui.





4 ottobre 2014



A quel giorno senza Vita, in cui ne sognai una.

22 settembre 2014

Pelle d'angelo


Non la pelle d'oca, ma la pelle d'angelo.
E' il caso di dirlo oggi a Roma, guardando questo gruppo di ragazzi del Laboratorio Teatrale Integrato Piero Gabrielli.
Hanno tutti le magliette nere, due ali bianche disegnate sulla schiena. Un cappello con scritto su il loro nome, per non confonderlo con gli altri.


Che ci fanno qua? Aprono una valigia e vanno in giro in piazza a spruzzare felicità. 
A dare messaggi alla gente, mettendole in mano pezzi di legno con frasi scritte sopra, per esempio.
A ognuno capita quello che - forse - doveva proprio leggere.



Messaggeri di nome e di fatto, questi "angeloi".


Il corpo e la voce degli attori si fondono con il pubblico: in questa relazione si muovono gli angeli. 
Legano, accordano, armonizzano le nostre diversità.

Sono tutti bellissimi, manifestatamente fragili, umani....e sorprendentemente dirompenti. 


In un momento vengono fuori sulla scena, con la foschia di nebbia, il tempo che si dilata, i movimenti lenti. Solenni e come solitari, si spargono nello spazio come parti di un profumo.

E poi ad un tratto corrono ovunque, ridono, coinvolgono il pubblico. Creano suspence, sorpresa, commozione, una piccola magia.

Lanciano enormi palloni rossi tra la folla, e quando scoppiano arrivano spruzzi di acqua sul volto. I bambini che sanno tutto, sanno come si fa in questi casi: alzano il volto per ridere o rilanciare il pallone.


Poco prima li osservo nella finta calma del backstage, intenti a truccarsi il viso, chè  da lì a poco si va in scena.
Davanti alla macchina fotografica scherzano accennando qualche posa o - molto più spesso - si lasciano cogliere così come sono. Senza filtri.


Parlano tra di loro, si prendono in giro,.
E poi c'è chi parla sì, ma solo con gli occhi, e comunque lo fa ad alta voce.



Tra gli attori c'è chi ha qualche sindrome, chi problemi motori, e chi prende gaviscon prima dell'esibizione, ché ha la gastrite. Come tutti noi del resto.
Tutti uguali questi angeli, sotto gli occhi di Dio e nel palco.


Nell'ultimo atto di backstage c'è la teatrale "merda". 3 volte prima dello spettacolo.


Poi, per una mezzora o più, sono la vita che si dà. Un fiore che si mostra sbocciando, per dire "sono qua".
E tu magari tra il pubblico sei piuttosto un esile fascetto d'erba verde.  Di quelli che il vento spazza e la pioggia bagna, e senza sapere come, non si spezza, solo gentilmente sopporta.
Dimentico di sè, ma mai abbastanza, mai abbastanza.

Finchè uno di loro non ti prende per mano, come per dirti "vieni a vedere la vita, com'è veramente" e allora ti chiedi dov'eri un attimo prima, mentre adesso la piazza si tiene per mano e ci sei anche tu lì in mezzo.
Ti domandi se quel brivido a fior di pelle, sia pelle d'oca, o piuttosto vera pelle umana.


Mi tornano in mente le parole di Mauro Scardovelli.
"Disabile è chi non sa generare felicità."

Così anche oggi, grazie ai bellissimi angeli del Laboratorio Teatrale Integrato Piero Gabrielli, mi tocca credere ancora nei miracoli e negli uomini angelo. Come fiori tra l'erba.








30 agosto 2014

A Giorgio De Chirico




Il primo pensiero è andato a lui che faceva pittura metafisica.

Cosa c'è in questa fotografia?
La luna che illumina il cielo.
Un lampione che illumina la terra ferma e parte di una torre.
Le luci della città sulla costa, a delimitare l'acqua.

C'è luce in 3 modi diversi, 
c'è luce in 3 regni della materia diversi: 
terra, aria, acqua,
c'è luce in mezzo al buio, 
fuoco in mezzo al freddo.

Uno scenario, come disegnato, in attesa che accada qualcosa
che non si sa di chi è, 
che cos'è, 
da dove viene, 
dove andrà.

Uno scenario in cerca di attori,
eppure dolce allo sguardo.

1 agosto 2014

Letteratura

La letteratura non è una professione o una vocazione, ma una maledizione, – se proprio vuole saperlo. E quando incomincia a farsi sentire, questa maledizione? Presto, terribilmente presto. In un tempo in cui si avrebbe tutto il diritto di vivere ancora in pace a armonia con dio e con gli uomini. Si incomincia a sentirsi segnati, ad avvertire un incomprensibile contrasto con gli altri, i comuni e gli ordinari, e l’abisso di ironia, incredulità, opposizione, di conoscenza e di sentimento che separa dagli altri diventa sempre più profondo, è la solitudine, e da questo momento non è più possibile intesa. Quale destino! Ammesso che il cuore sia ancora vivo e abbia in sé ancora abbastanza amore da avvertirne tutto l’orrore!… La consapevolezza del proprio essere si acuisce, perché uno sente, anche tra mille, il marchio impresso sulla propria fronte e sente anche che a nessuno questo passa inosservato. Conoscevo un attore di genio che, come uomo, doveva lottare con un morboso senso di instabilità e timidezza. Un esasperato senso del proprio io e la mancanza di un ruolo, di una funzione rappresentativa, avevano ridotto così questo perfetto artista e questo uomo devastato… Un artista, un artista vero e non uno la cui professione borghese sia l’arte, uno predestinato e condannato, lo si riconosce tra mille, anche con uno sguardo non molto esperto. Nel suo viso si legge il senso dell’isolamento e dell’estraneità, la consapevolezza di essere riconosciuto e osservato, qualcosa di regale e di smarrito al tempo stesso. Qualcosa di simile si può osservare nei tratti di un principe che cammini tra la folla in abiti borghesi. Ma qui non c’è abito borghese che tenga, Lisaweta! Si travesta, si camuffi, si metta pure gli abiti di un addetto d’ambasciata o di un tenente della guardia in permesso: basterà che alzi lo sguardo, che dica anche una sola parola e tutti sapranno che Lei non è un uomo, ma qualcosa di estraneo, di sconcertante, di diverso…

Thomas Mann, Tonio Kröger

30 luglio 2014

Erano quasi 30 anni che lui su quella nave la spiava e gli rubava l'anima





La fine, per cortesia


8 giugno 2014

Aurora

Dormire sotto una finestra aperta,
come custode una pacifica aurora,
il canto degli uccelli
un sorriso senza rumore.
Lasciare
lasciare
che sorga un altro sole.



Maria Concetta Cardamone

24 aprile 2014

A Luigi

Io amo Luigi Ghirri.
Perchè ci si affeziona e si appartiene a qualcuno, anche a distanze spazio-temporali.

Perchè Luigi non aveva pretese grandi. Dunque sapeva stare in mezzo.

Perchè ascoltava Bob Dylan, e sapeva che tante cose ci influenzano, a tal punto che non sappiamo cosa sia nostro e altrui.
Amo Luigi perchè quando sono in una spiaggia dove è tutto vuoto, potrei non vedere nulla.
Potrei, se lui non mi avesse insegnato a vedere anche dentro il silenzio, e a mostrarlo anche, in un nuovo scatto.

Lo amo perchè vorrei correre da lui a mostrargli cosa ho scattato.
Metterei le foto sparse sul suo tavolo, e gli chiederei
- e tu cosa vedi?
E mi rendo conto che è conoscendolo che inizio a somigliargli.

Perchè ho voglia di confrontarmi con lui.
Di Viaggiare in Italia con lui.
Amo Luigi Ghirri perchè guardando le sue foto mi è chiaro.
Non sento di dovergli chiedere molto. E percepisco che questo è un privilegio.

Vorrei solo che sapesse che è stato bello averlo in Liguria con me. Paradiso.


18 febbraio 2014

‘Non sono i fatti che ci disturbano ma la nostra rappresentazione di essi’

Epitteto

10 febbraio 2014

L'uomo è un animale politico e sociale. Aristotele.

Valeva per i greci, piccole comunità, con regole precise e rigide. Un codice morale.
Oggi di quale politica parliamo? 

E' stata inventata la globalizzazione e il globalismo, ma non ancora una politica globale. 
E forse dovremmo guardarcene bene, perchè sarebbe il frutto di un'altra immagine che annulla le diversità, sempre mantenendo le differenze.
Ma la politica, nel senso originario del termine, si è un po' persa. Perchè per fare politica oggi bisognerebbe guardare al piccolo fatto statale fino a quello mondiale, e soprattutto al modello economico dominante. Come in natura, c'è sempre un dominante.

Ancora una provocazione.
Per esserci una città o uno stato e fare politica al SUO INTERNO servono dei confini. 
Oggi i confini sono messi a dura prova, perchè le mappe non raccontano più quello che succede a livello culturale, non danno chiavi di lettura di come funziona il mondo.

I confini sono scavalcati dal network e lo scambio di merci.
L'economia diventa inconscio sociale e psicologia.

Oggi si apre google maps, e sembra tutto chiaro, a portata di mano, di certo funzionale.
Una mappa non puo' essere imparziale, bisogna dirlo chiaro e tondo. E' un atto politico.
La mappa è imparziale solo agli occhi di chi quella mappa la guarda e non la capisce sino in fondo. Per un bambino si, ogni mappa è imparziale. E allora viene voglia di non capire nulla di nulla, di vivere quei 100 anni di vita in santa pace e inconsapevolezza, senza prendersi pensiero per la propria razza.

Sembrerà cosa da poco, ma è la cultura, l'insieme dei desideri, dei simboli, dell'appartenenza, che fa sorgere un popolo, e poi questo a poco a poco si trasforma in territorio e storia. Non senza una buona retorica dietro, ovviamente.

La polis di Aristotele oggi è invasa, non da barbari o migranti, ma da confronti e pubblicità, format televisivi, cibi precotti e confezionati.

C'è troppa scelta, troppo consumo, troppa velocità di consumo, molti bisogni superflui, e una rincorsa alla concorrenza. O ci stai dentro, o sei un fallito. 
O sei un narcisista o sei un depresso, ovvero un narcisista fallito.

Come si fa a non avere un conflitto interno, tra il divertimento e l'impegno, tra la velocità e la lentezza, tra il desiderio di mescolarsi e quello della propria identità?

E cosa può dire l'arte oggi che racconti questo mondo e un pò parli ad esso?  Un arte che arrivi a tutti e non stia solo nei salotti buoni, e che paghi anche i pasti e le bollette all'artista.

Sarà forse l'arte di instagram, delle foto fatte al volo e pubblicate con un filtro preconfezionato a lasciare un segno nella storia? Sono i possessori di i-phone i reporter, i testimoni di questo tempo?

Forse si tornerà alla lentezza, chi è saggio si metterà in salvo in un Paese davvero ricco: ricco di tempo, di affetti, di cibo non artefatto.
Sarà l'Africa il rifugio degli imperialisti? 

Impareremo dai bambini a dire, come nella favola di Andersen, che il Re è nudo?

9 febbraio 2014

Un senso relazionale

A volte mi pare che se lasci andare le cose, si disporranno esse stesse come un quadro. Al loro posto.
E forse la soddisfazione nasce quando sentiamo un senso finalmente. Spaziale, e dunque relazionale, armonioso. Le parti nel tutto sono esattamente dove dovrebbero essere e la stessa visione ci dà un senso di grazia.
I fotografi, se sono dei pensatori come Luigi Ghirri, si dispongono dentro i quadri che condividono. Non catturano, semmai svelano qualcosa, di sè e del mondo.
L'infinita pazienza del riordinarsi, senza pretenderlo.


2 gennaio 2014

L'arcobaleno di notte.

Grazie a questo buio 
nella camera oscura
le immagini si imprimono,
diventano memoria.
Questo buio che ti fa paura
che mi fa paura
che giudichiamo...
Fino a farci buio,
fino a vederci neri.
Se solo potessimo accoglierlo,
proteggerlo.
Se una spada squarciasse il velo,
allora sarebbe come ansimare
dopo un brutto incubo,
mi stringeresti dicendo
che anche tu credi nel mio cuore.
Avremmo imparato la giusta distanza
tra due mondi.
In quell'abbraccio
sarebbe ancora arcobaleno
persino di notte.