29 giugno 2019

The Good-Morrow e Il sogno


The Good-Morrow

Mi domando, in verità, cosa facevamo
io e te, prima di amarci? Non eravamo ancora svezzati
fino a che non ci nutrimmo di pensieri rustici, infantili?
O russavamo nel rifugio dei sette dormienti?
Era così; salvo questo, tutti i piaceri sono fantasie.
Se mai vidi una bellezza,
che desiderai, ed ebbi, fu solo un sogno di te.

Ed ora buongiorno alle nostre anime che si svegliano,
che non si guardano l’un l’altra per paura;
perché l’amore controlla ogni amore di altre viste,
e rende un’angusta stanza un tutto.
Lascia agli esploratori dei mari la scoperta di nuovi mondi,
lascia le mappe agli altri, che hanno mostrato mondi su mondi:
lasciaci possedere un mondo; ognuno ne possiede uno, ed è unico.

Il mio viso nei tuoi occhi, il tuo nei miei appare,
e mostrano cuori veri e sinceri;
dove possiamo trovare due emisferi migliori,
senza il freddo del Nord, senza un Ovest che tramonta?
soltanto muore ciò che non è mescolato perfettamente;
Se i nostri due amori sono uno, o tu ed io
amiamo in questa maniera, nessuno dei due può morire.

 – John Donne





Il sogno del poeta, Cezanne
Il sogno

Per nessun altro, amore, avrei spezzato
questo beato sogno.
Era un buon soggetto
per la ragione,
troppo forte per la sola fantasia.
Sei stata saggia a svegliarmi. E tuttavia
tu non spezzi il mio sogno, lo prolunghi.
La tua arte così vera che il pensiero di te basta
per rendere veri i sogni, render le favole storia.
Entra tra queste braccia. Se ti sembrò
più giusto per me non sognare tutto il sogno,
ora facciamo il resto.

Come un lampo o un bagliore di candela
i tuoi occhi, e non un tuo rumore, mi destarono.
Così io ti credetti (poiché tu ami il vero)
 sulle prime un angelo.
Ma quando vidi che mi vedevi in cuore,
che conoscevi i miei pensieri meglio di un angelo,
quando interpretasti il sogno, sapendo
quando la troppa gioia mi avrebbe destato
e venisti, devo confessare
che non potei scegliere che il Profano,
ne' pensar te altro da te.

Il venire, il restare ti rivelò: tu sola, tu.
Ma ora che ti alzi
dubito che tu non sia più tu.
Debole quell'amore di cui la paura è più forte di lui,
e non è tutto spirito limpido e coraggioso
se è misto a timore, pudore, onore.
Forse, come le torce
sono prima accese e poi spente, così tu fai con me.
Venisti per accendermi, vai per venire; allora io
sognerò nuovamente
quella speranza, altrimenti ne morirei.

John Donne



28 giugno 2019

We are carrying the fire

Whitstable, 2019

Mi viene in mente questo titolo guardando la foto. Gli elementi, le tre strisce.
Terra, Acqua, Aria. Manca il Fuoco... il fuoco deve esser li dove non si vede, nascosto nello spirito di chi fotografa. 

"Because we are carrying the fire" e' una citazione di un libro che ho letto di recente, "The Road" di Commarc McCarthy. Non c'e' niente che ti faccia apprezzare di piu' un albero e il cielo, che leggere di un mondo post-apocalittico ricoperto di cenere, dove gli alberi cadono e gli umani si danno al cannibalismo.

Per sopravvivere (ma anche perche' ci crede) un padre ripete spesso a suo figlio "noi stiamo trasportando il fuoco (dentro di noi, s'intende, ndR)". Intanto camminano verso il mare, sperando di trovare li il sole.

Noi siamo il divino che si muove in un mondo che cade a pezzi.
E senza arrivar a questi cataclismi, ma gia' nel modo di ora, mi sento di dire che e' piu' facile preservare gli umani ...che l'umanita'. 

Portar il fuoco significa proteggerlo, non comprometterlo.




Il libro o il film, quando finiti, danno sconcerto ma anche in qualche modo un effetto riconciliante con la vita. Tutto sembra meglio di quella realta', e ci si rende conto di quanto la lotta per la sopravvivenza possa far passare in secondo piano tutta una serie di piccolezze quotidiane.

L'intelligenza in eccesso di comfort zone, diventa molesta a se stessa.


27 giugno 2019

Contro il nichilismo - Guzzi e il senso

"Non e' innocuo decidere che questa vita abbia senso
o che questa vita non abbia senso.
Da questo dipendera' la forma della tua vita. La forma del tuo IO."

"Il senso e' un atto creativo.
Siamo noi che dobbiamo dare il senso alla vita e alla morte, non e' qualcosa che ci possiamo aspettare da fuori. Da una struttura, da un'istituzione.
Il senso della tua vita e dalla tua morte e' consegnato alle tue mani."



"La chiesa si deve rinnovare tanto. Lo dice, ma poi non lo fa. E aspettiamo... Io non aspetto perche' faccio parte di questo corpo mistico e allora FACCIO quel che posso, senza pretese, molta umilta', ma non sto ad aspettare che qualcuno mi dia il permesso..."

"Sara' la consapevolezza della nostra fragilita' a darci piu' rispetto, piu' tempi di respiro?"

Che cosa nasconde il mistero della morte, se (unico tra gli animali) e' proprio dalla consapevolezza della morte che l'uomo fa nascere tutta la creativita', l'arte, la storia, le scelte, gli affetti?

"Perche'  il finire e il creare sembrano aver qualcosa in comune?"

E questo tra virgolette e' Marco Guzzi, uno che non aspetta. Ho visto questo video due volte oggi. Alla faccia di chi non regge due ore di conferenza :D

Sento una forza continua, sempre piu forte. Sento che vale la pena pensare che ognuno nasconda in se' una scintilla che cerca il senso della vita, come diceva Viktor Frankl . Per me stessa prima di tutto, che valga la pena fare...dare un senso.

Lascio qui anche i due brani di Pessoa letti all'inizio, affinche' possa ritrovarli:


“Considero la vita una locanda, dove devo fermarmi fino all’arrivo della diligenza dell’abisso. Non so dove mi condurrà, perché non so niente. Potrei considerare questa locanda una prigione, perchè in essa sono costretto all’attesa; potrei considerarla un luogo in cui socializzare, perchè qui mi ritrovo insieme ad altri. Non sono, però, né impaziente né spontaneamente naturale. Lascio a quello che sono, coloro che si chiudono nella stanza mollemente sdraiati sul letto dove aspettano insonni; lascio a quello che fanno, coloro che conversano nelle sale, da dove musiche e voci giungono facilmente fino a me. Mi siedo alla porta e imbevo i miei occhi e orecchi dei colori e dei suoni del paesaggio, e canto sommessamente, solo per me, vaghe canzoni che compongo nell’attesa. Per tutti noi scenderà la notte e arriverà la diligenza. Godo della brezza che mi è data e dell’anima che mi è stata data per goderla, e non mi pongo altre domande né cerco altro. Se ciò che lascerò scritto nel libro dei clienti, riletto un giorno da qualcuno, potrà intrattenerlo nel transito, andrà bene. Se nessuno lo leggerà, né si intratterrà, andrà ugualmente bene…”

Fernando Pessoa, Il libro dell’Inquietudine

Guardando un cadavere, la morte mi sembra una partenza. Il cadavere mi dà l'impressione di un vestito smesso. Qualcuno se n'è andato e non ha avuto bisogno di portare con sé quell'unico vestito che indossava.

 Fernando Pessoa

22 giugno 2019

Solstizio d'estate

Un grande parco ideale per perdersi. Alberi, alti.
Impronte di cavalli in direzione contraria.

Uno dei migliori tramonti. Faccio una foto e me ne pento. Non rende i colori della scena, e mi stacca dal momento che voglio vivere totalmente.

I raggi di sole formano sull'erba verde smagliante delle strisce arancioni, seguendole si arriva
ai piedi di un largo albero, che generosamente offre le radici contorte come sedile. Sotto ad esso sembra di aver un ombrello sulla testa e ti senti protetto.

Il sole e' una palla infuocata ma diventa un raggio sottile quando fa capolino tra le fessure lasciate dagli alberi all'orizzonte. C'e' una musica dance in sottofondo che arriva da lontano, ma e' abbastanza alta da ricordarci la distanza dell'uomo moderno dalla natura...e da se stesso.

Il sole che va a dormire oggi ha avuto la sua giornata piu' lunga. E' rimasto come sospeso nel cielo, questo vuol dire "solstizio".

Un latte di nocciole, della cioccolata al cocco.
Li assaggio per la prima volta e so gia' che li comprero'. Come se si comprino i ricordi.

Parole. Domande. Aneddoti. Risate.

Conigli difficili da catturare.

Altalene.

Cervi.

Altalene che si fermano. Il rumore di un cervo che russa.

Camminare verso la notte stellata dalle luci dei lampioni.

A volte il tempo entra in un tale flusso cordiale, che scorre da se', che fa trovare le cose, i luoghi giusti, gli argomenti e la loro leggerezza, e allora alcune ore sembrano un attimo...

una cartolina, ma animata.

Come per paura di perderla, la spedisco qui.

19 giugno 2019

- Voice -


Dall'ultima volta che ci siamo tenuti stretti

che abbiamo bisbigliato parole al mattino
che ci siamo presi in giro, col piacere di conoscerci bene,
da allora
abbiamo cambiato forma e pensieri ogni giorno.

Abbiamo cambiato batticuori, obiettivi, luoghi,

la nostra vicinanza ad alcuni ricordi piuttosto che ad altri,
e le parole da dirci e non dirci.

Eppure li' in fondo,

un'impronta e' rimasta sempre la stessa.

E' il colore della tua voce, quel colore che esiste solo per me in quel modo,

perche' e' cosi' come io la ascolto,
e che sara' sempre uguale e immutabile:

L'anima che non si chiede ancora se ha perdonato o meno,
se e' stata perdonata o meno,
scatta all'improvviso in piedi quando ti sente,
e ti viene incontro.

La mia anima ti riconosce dentro di se'
e dice senza proferir parola
"ah, qui eri!"

Qui sono.

MC




Since the last time we held  each other tight
that we whispered words in the morning
that we teased ourselves, with the pleasure of knowing each other well,
since then
we have daily changed shape and thoughts.

We have changed heart beats, aims, places,
our closeness to some memories rather than others,
changed the words to tell each other and the ones to not tell.

Yet in the background,
a trace has remained still the same.

It is the color of your voice, that tone that exists only for me in that peculiar way,
because that's how I hear it,
and thus will always be, immutable.

The soul that does not ask itself whether it has forgiven or not,
if it was forgiven or not,
instantly stands up when hears you
and comes to meet you.

My soul acknowledges you within itself
and says in unspoken words
"ah, you were here!"

Here I am.


MC

4 giugno 2019

Photography at the Victoria&Albert museum

Ho scoperto con piacere la sezione fotografica al 2 piano del Victoria & Albert museum.
Trovare gli apparecchi fotografici usati da Talbot mi ha procurato una vertigine interiore. Per non parlare del suo taccuino, in cui ha annotato la "ricetta" per la corretta esposizione di una foto e lo sviluppo fotografico. Insomma, qualunque fotografo che sia passato dalla camera oscura ha fatto lo stesso, ma lui... e' stato uno dei primi 3 in assoluto a farlo! E fa una certa impressione, vedere l'inizio di una tecnica e pensare al mare di possibilita' fotografiche che si aprivano allora per la prima volta.

Poi mi sono lasciata catturare da questo lavoro, opera di un fotografo che fotografa senza macchina fotografica. Si intitola: Breathing in the Beech Wood, Homeland, Dartmoor, Twenty-Four Days of Sunlight.
Cito dal sito del museo: "Fabian Miller è un pioniere della contemporanea immagine fotografica senza macchina fotografica. Questo lavoro rappresenta il suo ritorno alla natura dopo un periodo esplorativo di astrazioni di luce e colore. Le foglie provenivano da diversi alberi e sono state raccolte in un periodo di 24 giorni in primavera. Ogni fila verticale di nove foglie rappresenta un giorno di raccolta e stampa. La loro attenta disposizione mostra l'effetto graduale della clorofilla che entra nella foglia per renderla verde, offrendo cosi un confronto tra questo processo e la fotografia, entrambi basati sul potere trasformante della luce.



Andando molto vicini alle foglie, si notano le loro imperfezioni e la loro trama finissima, come impronte digitali della mano.

E infine, mi ha colpito ancora questo lavoro "senza macchina fotografica" svolto in archivi e musei:

Set of the Queen's Diamonds and Pearls of King August the Strong, about 1719, Historic Green Vault Dresden Royal Palace

"Sinje Dillenkofer è un'artista tedesca che usa la fotografia, e che ha fatto l'esplorazione di archivi, di musei, e in particolare vetrine e scatole, il suo tema principale. 

Le immagini di Dillenkofer sono una serie di fotografie, in una visione dall'alto, di un coperchio e di un fondo di cassetti e scatole storici fatti per proteggere oggetti preziosi, strumenti scientifici, oggetti aristocratici e reali, e cosi via. 

Le custodie fotografate presso l'Historic Green Vault del Palazzo Reale di Dresda, sono uniche tra le sue serie in quanto le impronte degli oggetti sono semplicemente reazioni chimiche che rappresentano la loro conservazione a lungo termine nel contenitore. Dillenkofer osserva che queste immagini formate nelle casse incarnano la natura stessa del processo fotografico: visualizzazione del tempo e impermanenza. Sono riferimento e la prova di ciò che è assente dall'immagine fotografica. "

A me ha fatto pensare che e' quasi un object-selfie... l'oggetto si fotografa attraverso il medium dell'umano.

E cosi' dal Victoria & Albert museum me ne vado con la conferma di una vecchia intuizione.
La fotografia e' molto piu' di una fotografia.

E' l'atto volontario di far apparire l'apparenza di un certo istante, e farlo in un certo modo, che sembri sottratto al tempo. 

3 giugno 2019

Il Kitsch e il commiato

E' grazie a questo libro, da cui da giorni non riesco piu' a staccarmi, che riprendo familiarita' con un termine che avevo tralasciato... Il Kitsch.

"Il kitsch e' la prigione piu' insidiosa di tutte [..] le sbarre sono ricoperte d'oro - l'oro dei sentimenti irreali e della semplificazione - tanto che le si scambia per le colonne di un palazzo."

Ma e' e rimane una prigione.
Il kitsch accade ogni volta che non siamo disposti a far i conti con la complessita' che siamo. Quando sminuiamo la vita, la addolciamo in scuse color rosa. 
Quando crediamo che siano i colpi di scena sbattuti sulla prima pagina di un giornale, a far la storia. Quando non sappiamo cambiare porzioni interiori di noi stessi che pure aspettano di affermarsi, e ci aspettiamo che per progredire debba la Vita stessa  presentarci qualcosa di grandioso e irrimediabile.

E se fossero invece le piccole cose in noi a far la differenza, a darci una svolta?


Quando questa nobile levita' accade, accade sempre attraverso una distanza interiore.

"Per poter prendere commiato da qualcosa, penso´mentre il treno si metteva in moto, c'era bisogno di un approccio capace di creare una distanza interiore. Si doveva trasformare la tacita, diffusa ovvietà da cui si era circondati in una chiarezza che consentisse di riconoscere quale significato la cosa rivestiva per se stessi."


Dare il commiato al kitsch non sarebbe allora la prima mossa necessaria?



Tutti i brani in corsivo provengono dal libro: Treno di notte per Lisbona - di  Pascal Mercier