11 giugno 2017

Il potenziale rivoluzionario

"Guarire significa liberare il potenziale rivoluzionario insito all’interno di ogni persona "

Negli ultimi tempi ho scritto in maniera diversa in questo blog. Spesso ho piu' citato, messo link, che elaborato a modo mio i contenuti. La mia azione e' stata volontaria: farsi da parte, ascoltare e far passare un messaggio senza mettersi in mezzo con le proprie parole. 
Mi rendo conto che in questa cavalleresca umilta', ho anche rinunciato alla semplice introduzione di argomenti che credo centrali, che forse sarebbe utile "condire" con il filtro del mio vissuto affinche' si rendano piu' accessibili e meno astratti. Insomma non faccio fatica a citare, ma so anche che non basta.
Non ci sono significati "soli" al mondo. Li abbiamo sempre condivisi con qualcuno che prima (e dopo) di noi li ha elaborati. E, piu' o meno incosciamente, ogni volta che diciamo, automaticamente ci inseriamo in un insieme di significati, filosofie e forme pensiero. 
Allora la pretesa di esser "originali" non va nei contenuti che abbiamo trovato ma nei modi: dove li portiamo questi significati, dipende da noi. Quali domande vogliamo soddisfare...
Saper riconoscere e scegliere i pensieri e' la misura della nostra consapevolezza. E' quello che in fotografia si chiama editing: scegli cosa tenere di uno scattato fotografico e cosa buttare via, poi gli dai un ordine e quell'ordine contribuisce a dar un senso. 
Puo' sembrare un atto artificiale e in effetti lo e'. Ma per ironia della sorte, e' l'unico atto che se fatto consapevolemente ci sottrae a un'artificialita' meccanica ricevuta tacitamente (dal contesto) e ci consegna, limpida e pura, la nostra intenzione profonda affinche' diventi azione libera da condizionamenti. Un messaggio chiaro, una cifra della nostra anima.

Io credo che, una volta liberi dagli inquinanti, tutti in fondo vogliamo avere una felicita' condivisa, che non escluda nessuno.

E' dunque senza sottrarmi al mio potenziale rivoluzionario, che quest'oggi cito Mauro Scardovelli.
Lo cito per due motivi a me contingenti. Mi e' capitato di confrontarmi con persone che agivano come se fossero "sole". Sia nel caso in cui avessero un forte bisogno di sentirsi originali rispetto agli altri (un narcisismo e la creazione di un Se' grandioso che non ho difficolta' ad accettare solo SE e' messo al servizio effettivo di un'azione positiva nel mondo e non per un "ritorno di immagine"), sia nel caso in cui avevano una visione dell'uomo cosi' parziale da non saper accettare la propria responsabilita' sulle loro parti interne, e sviluppavano un gran attaccamento verso la maschera non solo propria ma anche altrui. Il tipico esempio di quest'ultimo caso e' quello del persecutore (che si taglia fuori dalla vera compassione) che puntando il dito dice "tu non mi hai voluto bene" o "non sei stato perfetto" solo perche' i suoi bisogni (pretese) compensativi non sono stati soddisfatti per come voleva. In pratica ripete e sponsorizza la logica del dominio, quando la sua rabbia distruttiva copre in fondo la tristezza di non sentir amore, e la tristezza copre la sua paura di non poterne mai avere.
Infine, l'ultima traccia che mi ha portato a citare questo passo, e' un breve confronto con un amico che pur di giustificarsi e non specchiarsi in una situazione ha iniziato a usare la retorica degli oppressori per cui ha lavorato, giustificando in tal modo la sua debolezza in una maschera di "va tutto bene", e cosi' facendo finendo per giustificare anche il loro operato.

Contro la passivita' di queste posizioni il mio narcisismo e' disponibile a schierarsi col mio Io sano, e a prendere una prima posizione di battaglia, la prima e importantissima: la vedetta. Attenzione alle maschere, non prendiamoci in giro.
Sarebbe tutto il libro da citare, ma prendo questo passo perche' ci consegna un'arma alla portata di tutti, in diverse occasioni. Spero di avevri generato un po' di curiosita'. Buona lettura !

"Una persona che si autoumilia, si boicotta e si crede una nullità, non è solo un depresso o un masochista, in conseguenza di un copione appreso in famiglia, ma è anche appartenente ad un movimento collettivo che origina molto più da lontano, i cui cascami ideologici sono giunti ad inquinare l’ambiente relazionale e psicologico dove è nata e dove è cresciuta. I suoi genitori non sono molto più responsabili di lei, in quanto, in modo altrettanto inconscio, hanno assimilato quei veleni da chi li ha messi al mondo, e così via di generazione in generazione (Hellinger, 1998). Per questo alcune persone hanno difficoltà, pur provandola, ad esprimere rabbia nei confronti di genitori o autorità, che percepiscono a loro volta vittime del medesimo imbroglio. L’ideale sarebbe aprire il cuore, praticare il perdono, offrire l’altra guancia. Questa sarebbe vera guarigione. Ma è una via estremamente difficile, che ai più non è dato di praticare subito, pena la ricaduta nella maschera. Il perdono non sarebbe vero perdono, ma solo finzione. La psicologia clinica insegna che la rabbia non sarebbe affatto dissolta, ma compressa ancora più di prima. Ma allora che fare? Con chi prendersela? Con se stessi, aumentando ancora di più il senso di colpa e inadeguatezza? O con altre persone esterne, colpevoli solo di fare da schermo alle nostre proiezioni, e a loro volta vittime dei medesimi abusi di potere? Secondo la nostra esperienza, occorre riattivare la rabbia, e con essa l’energia vitale, non contro i genitori o contro altre persone (come prevede, ad esempio, la terapia bioenergetica), ma contro i virus del pensiero, riconoscibili all’interno della propria mente, nella forma di pensieri automatici, di convinzioni e credenze disfunzionali (Scardovelli, 2000). Questi pensieri, queste convinzioni, sono forme di ipnosi, stati alterati, illusioni (Wolinsky, 1991, 1993). Come l’opera di un ipnotista malevolo ed esperto, sembrano impossibili da cambiare. I ragionamenti e i buoni propositi non hanno alcuna efficacia. Ciò che occorre è reclutare molta energia vitale, l’energia vitale che è accumulata nel sé inferiore. Così il vero nemico - l’insieme delle ideologie perverse interiorizzate - viene combattuto con le sue stesse armi, cioè con la struttura aggressiva e distruttiva che ha prodotto all’interno della persona: il sé inferiore e la sua rabbia accumulata. Ma contro chi scaricare questa rabbia? 
Dal momento che non si può colpire a bastonate un’ideologia, si possono però colpire i suoi simboli: una frase autolesionista, un immaginario violentatore o personaggio perverso, o anche l’immagine di una persona reale da cui il paziente da bambino è stato abusato, visto come rappresentante di tutte le prevaricazioni ricevute. Questo modo di procedere è efficace perché, non colludendo con istanze separative, va al nocciolo della questione: il problema del potere. Imparando il distanziamento e la disidentificazione, la persona può comprendere la vera origine della sofferenza: le relazioni di non amore, cioè le relazioni di potere- dominazione, che ha vissuto passivamente, e quindi interiorizzato come aspetti del proprio copione. Occorre che la rabbia narcisistica venga indirizzata contro i virus, contro i demoni, finalmente individuati come i veri nemici da cui disidentificarsi e liberarsi. In questa lotta il narcisismo si allea ai progetti sani dell’io, trova finalmente gratificazione in essi, e si stempera. Ecco perché è così importante calare la maschera, avere il coraggio di guardare le parti più negative di sé: lì c’è un’enorme quantità di energia vitale accumulata, che può essere messa al servizio della trasformazione. I percorsi terapeutici, evolutivi o spirituali, che negano questa realtà, e vogliono disfarsi del sé inferiore e del narcisismo limitandosi ad ignorarlo e a non alimentarlo, hanno spesso il triste destino di renderlo ancora più inconscio, più subdolo e pericoloso per sé e per gli altri. Guarire significa liberare il potenziale rivoluzionario insito all’interno di ogni persona (Hillman, Ventura, 1990). Significa che il potenziale energetico del narcisismo interno, cambiato di segno, viene messo al servizio dell’impegno e della lotta per la costruzione di un mondo migliore di quello edificato da una società narcisista: lotta, non adattamento passivo ad un ambiente malato, o semplice eliminazione dei sintomi; impegno non per riparare al senso di colpa, che confermerebbe solo l’etica autoritaria da cui la colpa origina, o per colmare un vuoto interiore in una ricerca solipsistica; ma impegno e responsabilità che derivano dal senso di partecipazione e di pienezza ritrovate, e dal coraggio di guardare la realtà, al di là del velo delle illusioni. Non è una via comoda, ma necessaria. Una coscienza che si risveglia non può più rimanere indifferente di fronte ai gravi mali e ingiustizie che sono quotidianamente sotto i nostri occhi. La coscienza risvegliata, come dice il buddhismo, comincia naturalmente a vibrare di compassione e desiderio di agire, nel momento in cui, superate le istanze separative, si accorge che la sofferenza degli altri esseri è anche la sua sofferenza. Quando la visione si allarga e cambia lo stato di coscienza, il centro del cuore si apre. 

(...Allora) Perdono significato le filosofie nichiliste, le ideologie autoritarie, le visioni pessimistiche e terrifiche, che ci inducono ad arrenderci e ad accettare come naturale un mondo di dominazione e sfruttamento. Esse appaiono per quello che sono: produzioni sofisticate e perverse dell’intelletto umano, separato dal cuore e dalla coscienza sensibile. E’ pericoloso dedicare troppi anni a studiare queste produzioni, se non si lavora simultaneamente per sviluppare empatia ed amore. Il rischio è di perdere la strada, lasciandosi affascinare dalla complessità e dall’aspetto estetico di costruzioni in gran parte vuote, che rivelano, accanto all’intelligenza, anche la separatività dei loro autori. Un pensiero non guidato dal cuore è monco, per sua natura distorto."

da M. Scardovelli, Democrazia Potere e Narcisismo

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