4 dicembre 2015

FLYER'S PRAYER


Ho sempre pensato che chi ama il cielo, con la sua presenza benedice la terra. Chi è nato di aria, ispira agli altri libertà e senso dell’avventura. Così è senz’altro per Richard Bach, Antoine de Saint-Exupéry e Angelo D’Arrigo. Ho trovato questa poesia, e mi sembra bellissima.

FLYER'S PRAYER

When this life I'm in is done,
And at the gates I stand,
My hope is that I answer all
His questions on command.
I doubt He'll ask me of my fame,
Or all the things I knew, Instead,
He'll ask of rainbows sent
On rainy days I flew.
The hours logged, the status reached,
The ratings will not matter.
He'll ask me if I saw the rays
And how He made them scatter.
Or what about the droplets clear,
I spread across your screen?
And did you see the twinkling eyes.
If student pilots keen?
The way your heart jumped in your chest,
That special solo day-
Did you take time to thank the one
Who fell along the way?
Remember how the runway lights
Looked one night long ago
When you were lost and found your way,
And how-you still dont know?
How fast, how far, how much, how high?
He'll ask me not these things
But did I take the time to watch
The Moonbeams wash my wings?
And did you see the patchwork fields
And mountains I did mould;
The mirrored lakes and velvet hills,
Of these did I behold?
The wind he flung along my wings,
On final almost stalled.
And did I know I it was His name,
That I so fearfully called?
And when the goals are reached at last,
When all the flyings done,
I'll answer Him with no regret-
Indeed, I had some fun.
So when these things are asked of me,
And I can reach no higher,
My prayer this day - His hand extends
To welcome home a Flyer.

Patrick J. Phillips

26 novembre 2015

Il fotografo e il suo bersaglio

“Il mio tiro non arrivava a colpire il bersaglio”.

Questo mi spinse a chiedere al Maestro perchè non ci avesse ancora spiegato come si mira. Ci deve pur essere, supponevo, un rapporto fra bersaglio e punta della freccia, e così un modo di mirare che renda possibile far centro

“naturalmente c’è”, rispose il maestro “e lei potrà trovare facilmente l’impostazione adatta. Ma se anche poi ogni suo tiro colpisce il bersaglio lei non sarebbe che un virtuoso dell’arco che può esibirsi. Per l’ambizioso, che conta quante volte fa centro,il bersaglio non è che un povero pezzo di carta che egli fa a pezzi. La “Grande Dottrina” del tiro con l’arco considera questo pura stregoneria. La Grande Dottrina non sa nulla di un bersaglio che è piantato a una certa distanza dall’arciere. Essa conosce solo la meta, che non si raggiunge in alcun modo tecnicamente, e chiama questa meta, se pur la nomina, Budda.”

 (E. Herrigel, Lo ZEN e il tiro con l’arco).

Trapani, 2014

25 novembre 2015


E ho gia' bisogno di andare via.

A ritrovare i pezzetti di filo,

che cuciranno il resto.



"Appunti sulla melodia delle cose" di Rainer Maria Rilke

                Siamo proprio all’inizio, vedi. Come davanti a Tutto. Con mille e un sogno dietro di noi e senza azione.
Non posso immaginarmi un sapere più beato di questo: che bisogna diventare uno che inizia. Uno che scrive la prima parola dopo un trattino di sospensione  lungo secoli.

(n.d.t. : Gedankenstrich, trattino di sospensione, letteralmente: trattino di pensieri) 

24 novembre 2015



Non è necessario che tu mi ascolti, non è importante che tu senta le mie parole,
no, non è importante, ma io ti scrivo lo stesso (eppure sapessi com’è strano, per me, scriverti di nuovo,
com’è bizzarro rivivere un addio…)
Ciao, sono io che entro nel tuo silenzio.

Che vuoi che sia se non potrai vedere come qui ritorna primavera
mentre un uccello scuro ricomincia a frequentare questi rami,
proprio quando il vento riappare tra i lampioni, sotto i quali passavi in solitudine.
Torna anche il giorno e con lui il silenzio del tuo amore.

Io sono qui, ancora a passare le ore in quel luogo chiaro che ti vide amare e soffrire…

Difendo in me il ricordo del tuo volto, così inquietamente vinto;
so bene quanto questo ti sia indifferente, e non per cattiveria, bensì solo per la tenerezza
della tua solitudine, per la tua coriacea fermezza,
per il tuo imbarazzo, per quella tua silenziosa gioventù che non perdona.

Tutto quello che valichi e rimuovi
tutto quello che lambisci e poi nascondi,
tutto quello che è stato e ancora è, tutto quello che cancellerai in un colpo
di sera, di mattina, d’inverno, d’estate o a primavera
o sugli spenti prati autunnali - tutto resterà sempre con me.

Io accolgo il tuo regalo, il tuo mai spedito, leggero regalo,
un semplice peccato rimosso che permette però alla mia vita di aprirsi in centinaia di varchi,
sull’amicizia che hai voluto concedermi
e che ti restituisco affinché tu non abbia a perderti.

Arrivederci, o magari addio.
Lìbrati, impossèssati del cielo con le ali del silenzio
oppure conquista, con il vascello dell’oblio, il vasto mare della dimenticanza.

(Josif Aleksandrovič Brodskij )

23 novembre 2015

Social ID Photo in "Memories/NoMemories"

Un mio nuovo progetto fotografico, ironicamente intitolato Social ID Photo, è una riflessione sulla fotografia che nasce da un'occasione di lavoro in Inghilterra e diventa spunto per riflettere sulla modernità e l'identità sociale.  E' stato incluso nel progetto corale di  "MEMORIES / NO MEMORIES. Fotografia fra flusso e ricordo"  a cura di a Sandro Bini e Giulia Sgherri.


- WE DO PASSPORT PICTURES -
Al mio arrivo in Inghilterra ho trovato lavoro presso uno studio e laboratorio di stampe fotografiche, dove scattavo molte foto per passaporto. Ponevo dietro il soggetto uno sfondo neutro e continuavo a ripetere alle persone di guardare dritto in camera, non inclinare la testa, non sorridere, non avere proprio alcuna espressione. Era l’esatto contrario delle foto di vita quotidiana che i clienti portavano a stampare: un momento standardizzato e freddo. Quelle foto sarebbero servite per dei documenti, ovvero libretti in cui la risposta al Chi sono io? è un nominativo e una fotografia. Le foto una volta stampate venivano tagliate con un utensile che sottrae le facce per consegnarle al cliente. Di quel breve incontro rimanevano solo gli scarti di carta fotografica. Iniziai a guardarli con interesse. Mi ricordavano delle finestre da cui il paesaggio fosse scappato via. Guardandone i bordi le fotografie erano capaci di documentare ancora il colore dei vestiti e della pelle, a volte anche i voluminosi capelli, ma non c’era nessuno: la faccia non c’era più, era scomparsa dalla memoria. In questo caso la fotografia ancora serviva nella sua riproduzione meccanica a documentare qualcosa, ma la sua stessa finalità pratica ne sottraeva il soggetto. Mi sembrò l’esatta metafora delle metropoli affollate in cui viviamo: tante facce che sfuggono inghiottite dalla routine del lavoro. Senza identità sociale né memoria.

Sul mio sito

19 novembre 2015

Su Lens Culture

A seguito della mia partecipazione al contest di storytelling 2015, Lens Culture mi ha offerto un account free per le mie gallerie fotografiche. Sono molto lieta di questo spazio riservatomi e per la grande visibilità che gode Lens Culture.
Ovviamente, il primo lavoro caricato è proprio Alice Project.
Guarda la mia gallery su Lens QUI


17 novembre 2015

Je crois en la religion de l'amour




Il mio cuore è divenuto capace
di accogliere tante forme
E' pascolo per le gazzelle
e abbazia per i monaci!

E' un tempio per gli idoli
e la Kasba per chi vi gira intorno,
E' le tavole della Tora
e anche i fogli del Corano!

La religione che io professo
è quella dell'Amore.
Per ogni dove le sue alture girano
l'amore è la mia religione e la mia fede.

7 novembre 2015

Il direttore di SDN (Social Documentary Network) Glenn Ruga oggi annuncia in newsletter che sono la fotografa del mese di Novembre. Nella presentazione tocca un tema interessante, quello dei giornali che utilizzano la tecnologia virtuale.
Il New York Times oggi consegna una cardboard VR goggles con la versione stampata del Sunday: in pratica un occhiale di cartone, dove collocare uno smarthpone e vedere le immagini del giornale scorrere in una sorta di stereoscopio. Quali ripercussioni per il giornalismo?
Jake Silverstein, Editor-in-Chief del New York Times Magazine, afferma in un articolo che la tecnologia VR richiede "che si chieda a un soggetto di ripetere un azione, o aspettare finche' il filmmaker abbia completato il suo compito". Siamo dunque ben lontani dal concetto di "non interferire con la situazione" tipica del giornalismo e richiesta come prerogatica necessaria per esempio nella competizione del World Press Photo.
Ponendosi in una posizione di chi crede nel potere delle immagini non manipolate e ferme (dunque nella Fotografia) SDN presenta il mio lavoro come un testamento anti-tecnologico, una ricerca quella di Alice project per porre rimedio ai tanti problemi di attenzione, apprendimento, comportamento, purtroppo anche stimolati dalle tecnologie moderne.
E in effetti sono convinta che il "giochino" del virtuale non debba sostituire il contatto con la realta' cosi' com'e'. Concentrasi sul confezionamento dell'immagine trasforma in fiction/cinema le situazioni reali.
Un grazie a Glenn Ruga per la sua lettura profonda.


...especially proud to present the work of Maria Cardamone as this month's featured photographer for "Alice Project: The wonderland at school." This documentary is a testament to anti-technology. With her extraordinarily beautiful images, Cardamone brings us into an Alice Project school in India where spiritual teachings, yoga, meditation, and ayuverdic massage are used to heal the stress and attention disorders caused by modern technology. In Alice Project schools, discipline problems, hyperactivity, attention disorders, and learning disabilities are practically non-existent. 
Glenn Ruga 







31 ottobre 2015

No compassion? No party.



Mi piace fare il verso a un ben noto spot pubblicitario.

Il messaggio però non è rivolto a qualcuno di esterno, fuori dalla porta.

La porta si apre verso dentro, verso di me.

Se c'è un Super Io che si auto-giudica continuamente e pesantemente, vuol dire che non ha retta visione.

E a questo invitato inaspettato dunque chiedo:

- No compassion?

- ...

- No party.

E chiudo la porta.

Magari sarai pure un gran personaggione e pensatore, ma senza compassione sei uno che prende in giro sè e gli altri. Torna quando sei fornito.

:-)




27 ottobre 2015

Hagakure

Non esiste nulla di più meraviglioso dell'ultimo verso della poesia che recita: «Quando il tuo cuore chiama come rispondi?». Probabilmente si può pensare la stessa cosa del nembutsu; nel passato era sulle labbra di molta gente. Ai giorni nostri le persone definite "intelligenti" sia ammantano di saggezza superficiale e finiscono solo per imbrogliare gli altri. Per questa ragione sono inferiori al popolo ottuso. Una persona ottusa è sincera. Se qualcuno guarda profondamente nel proprio cuore, come recita il verso, non celerà nulla a sé stesso. Il cuore è un buon giudice. Bisognerebbe trovarsi in una disposizione d'animo tale da non essere in imbarazzo nell'incontrare questo giudice.

*Hagakure è una delle opere letterarie più significative tramandateci dal Giappone, pubblicata nel 1906 ma compostadue secoli prima. Il titolo Hagakure significa letteralmente "nascosto dalle foglie" (oppure "all'ombra delle foglie"; il titolo completo era Hagakure kikigaki, "annotazioni su cose udite all'ombra delle foglie") e l'opera trasmette l'antica saggezza dei samurai sotto forma di brevi aforismi dai quali emerge lo spirito del Bushidō (la Via del guerriero) con la differenza di rivolgersi al Samurai solitario (rōnin) che può venire a trovarsi, per una serie di vicissitudini che non dipendono dalla sua volontà, senza un Signore da servire.

26 ottobre 2015

Poesie...

Beh certo che un video in bianco e nero e una poesia lenta...sembrano un modo facile di annoiarsi e annoiare. E annoia perche' e' tanto distante dalla vita frenetica, colorata e rumorosa che abbiamo attorno. Annoia per la sua distanza.
Pero' questi video li voglio mettere comunque. Perche' e' proprio la voce che mi colpisce. La voce che la legge, mi sembra vera, placida, ma allo stesso tempo accorata.
Come una preghiera, dal cuore. Perche' forse si ama quando si parla cosi'. E allora si, questa voce rappresenta bene queste poesie...







22 ottobre 2015

Alice Project, la scuola del futuro. Mauro Scardovelli legge Gloria Germani.


Ho avuto modo di conoscere Mauro Scardovelli personalmente, ed è esattamente come si vede nei video. Un energico ragazzo (a dispetto dell'anagrafe) con idee chiare e lucide, un modo di divulgare vigoroso, colto ma reso a tutti comprensibile. E soprattutto uno che non si parla addosso, ma ha attenzione agli altri, a tutti quei fenomeni che ci invitano a una riflessione e una crescita collettiva.
Così oggi parla di Alice Project, e io che sono stata in quella scuola a documentarla non posso che esultare. Abbiamo un esempio vivo di una scuola umana e intelligente... esiste, c'è...dobbiamo porgli attenzione, farla crescere, prenderne tutti esempio.

Link alla pagina di Mauro che ha gentilmente dato spazio alle mie foto.

Solo 300$

19 ottobre 2015

Bisogno di giardino

 

Ennesimo giorno di influenza. Oggi mi siedo, ascolto suoni qui occultati, e torno nei miei giardini.




Quando mi manca qualcosa, mi siedo e ci vado.



E poi lo so che mi manca uno stato di coscienza.
 La me che sa stare con tutto.
La me che non pensa a me.
Ma si appartiene.


18 ottobre 2015

Andrea Hoyer



Non conosco miglior colazione di questo libro che ogni giorno mi fa conoscere un autore diverso.



16 ottobre 2015

Formazione #2

Continuo, dal post precedente, a riflettere sulla formazione. Sto leggendo in questi giorni il libro di Gloria Germani "A scuola di felicità e decrescita: Alice Project". Lo leggo emozionata, con la profonda piacevolezza di trovare autori con cui condivido pienamente le idee sulla società e sulla formazione. Lascio allora due pagine, anche per chi si è preso la briga di leggere e commentare :-)



15 ottobre 2015

Formazione #1

Formazione.
Stanotte mi trovo a riflettere su questa parola. Il tutto nasce leggendo la quarta di copertina di un libro che non ho, ma ho trovato in rete tra quelli consigliati da uno scrittore che mi piace.
Nel testo riassuntivo appunto leggo: "Il libro ricostruisce la storia di un sistema di pratiche filosofiche che si proponeva di formare gli animi piuttosto che informarli, attraverso un lavoro su se stessi che coinvolgeva non solo il pensiero, ma anche l'immaginazione, la sensibilità e la volontà."

Ne condivido il pensiero. Formazione degli animi. Mi sa di qualcosa di più pulito a livello cerebrale. Perché di informazione ne abbiamo piene le teste, e prima di renderci conto che magari sono pure informazioni sbagliate, parziali... finiamo per vivere e reagire in base a ombre, senza essere ancora formati.

E poi oggi c è una domanda crescente di formazione animica. Se ne è capita l esigenza evidentemente.

 Mi chiedo altre cose.

Cosa serve affinché la formazione non diventi un lavaggio del cervello organizzato da istituzioni? Affinché la formazione non venga scavalcata nel suo ideale e non si trasformi in informazione di massa, in dogma? In vaniloquio  senza autenticità personali? In battaglie di opinione.

A COSA dunque dovrebbe formare?
A svelare? (Verità) cioè destrutturare  ciò che non è vero.
 A essere liberi? non da qualcosa come direbbe Krishnamurti. Ma liberi e basta, non per reazione, ma per attenzione?

È possibile, ha senso fare formazione a un uomo libero?

Che so. Insegnare a Gandhi, cioè a uno che sa scegliere cosa imparare e come formarsi per tutta la vita?

Cos'è allora un uomo libero?

Uno che "si vive" da solo ( mettendo sulla stessa lunghezza occhio, mirino, cuore, bersaglio) così come la freccia zen "si scaglia" da sola?

A questo, si deve mirare, senza attaccamento?

Io non so niente. Da dove veniamo....
Penso che forse ormai siamo "inevitabili".
Zac.
Come una freccia a mezz'aria.


................
appunti:

Formazione.. Dare struttura

Con formazione ... struttura cristallizzata

In formazione .... metter dentro al sistema

Tras formazione ...salti di significati e sistemi

de formazione ... destrutturazione

Dormire la notte.


14 ottobre 2015

Pensiero corsivo.

Voglio restituire il suono primordiale delle cose.

13 ottobre 2015

Krishnamurti - The Sense of Unshakeable Freedom


[...] So we ought to enquire what is freedom. Please ask this question of yourself. Is freedom a matter of choice. You are free to choose, free to go from here to there, free to have different kinds of jobs, if you don't like one you go to the other. Freedom to express yourself, free to think what you want, and to express it, perhaps, in a democratic society, not in the totalitarian states, there freedom is denied. So what is freedom? Because that is part of our life. As we talked yesterday, death is part of our life, the living and the dying. We went into it very carefully. Whether there are two, death and life, live together. That requires, as we pointed out yesterday, a great deal of attention, a great deal of enquiry, and great intelligence - the art of living with death. We talked about that. And in the same way, we ought to talk over together what is freedom. Does it really exist? The word freedom, also, some of its root meaning, is love. And is love a matter of choice?
And so we ought to find out for ourselves what is actual freedom. Freedom from something, from pain, from anxiety, and is there freedom, not from something. Do you understand? If it is freedom from something it is merely a reaction. It is like a man in prison saying, 'I must get out of my prison', we live psychologically in a prison, and when it is painful, ugly, not satisfactory then you want freedom from that. So we are saying, freedom from something is the same thing as being in prison. Do we meet each other, or am I talking to myself?
So what is freedom? This sense of inward authentic, deep sense of unshakable freedom, not from something, what is that freedom? [...]

6 ottobre 2015

.cqua dove sono.

Sanremo, 2014.

Sanremo, 2014.

Palermo, neve. 2015

Torvaianica, Roma 2015.


Letojanni, Messina 2015.

Letojanni, Messina 2015.

Torvaianica, Roma 2015.




4 ottobre 2015

Fotografia Zen



Benevento, 2014. (clicca per ingrandire)

Questa foto l'ho scattata con gli occhi, entrando in un appartamento. Anche la macchina fotografica ha concluso il suo compito con molta semplicità. Niente Photoshop. Il nero va bene così dove sta.
Eppure guardandola mi sembra diversa. Sarà per quella tenda, che sembra l'unico elemento tridimensionale. Il resto, compreso il grande nero che inghiotte, sembra su un piano, una cartolina.
Nonostante la foto sembri finta, piana, come una cartolina, essa è vera in tutte le sue parti. 
In quella gru che sbuca a sinistra, nella retina di una zanzariera, nel nero che lascia nel mistero dove siamo.

Ci sono fotografie su cui mi soffermo a lungo, come se non le digerissi velocemente. Nonostante la semplicità del soggetto. Forse perché mi parlano della "forma" e tutto sembra silenzioso, come una meditazione. Nessun evento da raccontare. Allora mi chiedo: a chi può interessare?

Tornano le parole del maestro:

"Mi sembrava assurdo che un fotografo potesse fare solo fotoreportage e non riuscisse a fotografare una cattedrale o l'interno di una casa, o elaborare un rapporto minimamente più approfondito con il visibile (visibile vuol dire quello che io sto guardando), con la rappresentazione in generale. Il lavoro comprendeva quindi anche non dico la costruzione di un'estetica, ma di un rapporto approfondito con l'estetica." ("Lezioni di Fotografia", Luigi Ghirri)

Torna sempre lui a ripulirmi lo sguardo, anche da un eccesso di intenzionalità o di ruoli.

E prosegue, in un capitolo significativamente intitolato "Dimenticare se stessi":

"Io invece credevo - e credo ancora - in una differente intenzionalità, che vorrei appunto proporre all'interno di questo corso: consiste nel guardare alla fotografia come a un modo di relazionarsi col mondo, nel quale il segno di chi fa fotografia, quindi la sua storia personale, il suo rapporto con l'esistente, è sì molto forte, ma deve orientarsi, attraverso un lavoro sottile, quasi alchemico, all'individuazione di un punto di equilibrio tra la nostra interiorità - il mio interno di fotografo-persona - e ciò che sta all'esterno, che vive al di fuori di noi, che continua a esistere senza di noi e continuerà a esistere anche quando avremo finito di fare fotografia.
Credo che, con una serie di aggiustamenti successivi, arriveremo a porci di fronte a un determinato paesaggio-ambiente e a metterci qualcosa in più di quello che è il nostro vissuto, la nostra cultura, il nostro modo di vedere il mondo: arriveremo a dimenticarci un po' di noi stessi."

Un filo sottile. Non significa diventare da fotografi dei meri riproduttori di immagini, senza alcuna intenzionalità, ma trovare un'intenzionalità dimentica di se stessa, elastica, non schematica, che non parte da regole fisse e piattaforme precise e preordinate.

Fotografia Zen.


2 ottobre 2015



Da "Lo Zen e il tiro con l'arco" di Eugen Herrigel:

- Noi maestri d'arco diciamo: con l'estremità superiore dell'arco l'arciere fora il cielo, all'estremità inferiore è appesa la terra, fissata con un fil di seta. Se il colpo parte con una forte scossa c'è il pericolo che il filo si spezzi. Per il volitivo e il violento la frattura diventa allora definitiva e l'uomo resta irrimediabilmente nello spazio intermedio tra il cielo e la terra.
- Che debbo dunque fare? - chiesi pensieroso.
- Imparare la giusta attesa -
- E come si impara?
- Staccandosi da se stesso, lasciandosi dietro tanto decisamente se stesso e tutto ciò che è suo, che di lei non rimanga altro che una tensione senza intenzione. -



25 settembre 2015

Au bord de la mer

"Non avevo mai visto qualcosa del genere. Sembrava una tovaglia, il mare. Una tovaglia celeste tenuta alle estremità da due persone, che l'alzavano e abbassavano dolcemente. 
Giocavano a fare il mare. Senza infrangersi."



11 settembre 2015


Esercizio di ascolto.

31 agosto 2015

Fotografia e la Caverna di Platone.

E torno a parlare di fotografia. Perche' per me parlare di fotografia, significa parlare di tutto quanto, e' la chiave d'accesso a un ipertesto potenzialmente infinito.
Clicchi sulla parola fotografia e si aprono tanti link. Per questo ne parlo poco. Serve ordine prima.
Non c'e' attivita' piu' complessa di quella fotografica. Interrogarsi su di essa e' insieme interrogarsi su di se', sul mondo, e sulla funzionalita' di un messaggio.


Perche' lavorare con le immagini?
Il mondo e' fatto di immagini, e di interpretazioni delle immagini. gran parte delle guerre oggi sono combattute a suon di interpretazioni del mondo
In base alle interpretazioni e alle credenze, esistono le banche, le guerre, e anche i martiri.
Dunque lavorare e produrre nel mondo fotografico significa prendere una posizione interpretativa rispetto a fatti e rappresentazioni gia' esistenti. Ha un aspetto politico interno ed esterno.

Ci sono margini di creativita' per il fotografo oggi? Mi piace pensare di si. Esprimere qualcosa che se noi non ci fossimo non esisterebbe neppure agli occhi di molti.
Noi vediamo e interpretiamo il mondo anche in base a cio' che siamo abituati a vedere.
Se la smettiamo di essere meccanici ripetitori di cose acquisite (attraverso un processo di destrutturalizzazione) forse riusciremmo anche a trovare il gusto pulito dell'innovazione, che poi sarebbe un incontro con la propria autenticita'.

E questo quanto piu' e' necessario in un momento in cui, non la Fotografia  e' diventata meccanicizzazione industriale, uguale a se stessa come prodotta in serie, ma i fotografi stessi sembrano omologati, usciti dalla stessa fabbrica.
Logica conseguenza del Mercato delle Immagini, anche se D'Autore: se ci vuoi entrare devi rispettare degli standard, raccontare certe storie  e in un certo modo, snaturarti, usare il loro modo (dai, foto col 35mm, o medio formato, stessa inquadratura, un bel soggetto di spalle che crea sospensione) per non trovare mai il tuo. E soprattutto per fare FICTION.
Cosi anche nella scelta dei temi, manca originalita'. Nel migliore dei casi, quando si va oltre la noia di temini a portata di mano, si produce cio' che e' accattivantePer intenderci quello che se avesse un titolo in copertina, ne farebbe acquistare piu' copie.
O quello che seduce, vince sempre. Due tette in copertina, l'ennesimo reportage sull'amore gay.

E quello che importa? quello che serve urgentemente? Quello che non e' stato detto?

L'attuale economia e' una perversa e continua stimolazione di: desideri, tossicita', consumo, sperpero delle risorse, accumulo di capitali, creazione di poverta', distrazioni. Per fare fotografia in un contesto economico del genere bisogna stare attenti a non mettere a disposizione le proprie risorse per qualcosa che non genera felicita' vera, ovvero consapevolezza e bene comune.

Vedo l'ego narcisistico di molti fotografi occuparsi di problematiche, rovine, malattie, anche diritti umani negati...tutte cose nobilissime, e di certo utili da sapere. Ma si parla sempre delle stesse cose, cambia soltanto l'anno di produzione. E soprattutto, con dovute, professionali eccezioni, se ne parla con superficialita'. Lo si vede alla presentazione delle mostre del fotografo di turno, da come parla del suo breve "viaggio fotografico". Volete che questo divorare e usare il soggetto fotografato non abbia un effetto sullo spessore del "prodotto fotografico" e del fotografo? 

Non e' il successo a decretare il valore di un autore...ma la sua capacita' di essere un'autorita', un auctoritas (dal lat.augeo= crescere), di farci crescere. Tutti, fotografi, fruitori, direttori, editori, dal punto di vista professionale e umano.

Ogni tanto per fortuna vien fuori un lavoro poetico, leggero, senza pretese. E allora si respira. Magari racconta solo la vita di un uomo che vive in un faro. Ma ti pare che quell'uomo stia salvando il mondo, come dice Borges nella poesia "I giusti". E anche il fotografo che ce lo racconta lo sta facendo. Questo e' quello che intendo.
Ogni tanto qualcuno parla di soluzioni e stili di vita alternativi, sostenibili, ecologici, comunitari, di quei sognatori che pero' vivono davvero in quel modo, non lo sognano e basta.

Lo ammetto, sono stanca di sentir parlare di etica in fotografia, proprio perche' ci tengo.
Una vera fotografia etica dovrebbe fornire strumenti etici di valutazione delle fotografie, e di temi trattati. Forse anche finendo nel paradosso che porterebbe il fotografo a usare mezzi di ripresa e di diffusione dell'immagine (magazine, concorsi,  editori, ecc) pertinenti e derivati dall'attuale sistema economico, ma per documentare – e quindi pubblicizzare – un fenomeno di controtendenza.

Ma insomma, si puo' essere davvero etici se si guarda ai fatti sempre dalla stessa Caverna di Platone? Sono ombre di fatti, raccontate da addormentati incatenati dentro una caverna. Platone che conosceva la televisione, sapeva che i film trasmessi non sono la verita', e di certo non aiutano a viverla meglio.

Spiragli?
I magazine di fotografia online, accessibili a tutti gratuitamente, dovrebbero essere indagati come nuovo fenomeno. Non fosse altro che nascono da studiosi di fotografia e direttori che non devono sottostare a direttive editoriali (leggi economiche) altrui.

La gratuita', la libera scelta di libero scambio, la sinergia, devono e possono essere le chiavi per le interpretazioni del mondo e la base per le fotografie del futuro.

Per la profondita' e l'autenticita' dei lavori fotografici, c'e' da lavorare. Mica ci si libera dalle catene dall'oggi al domani. Anche perche' la Caverna e' larga e condivisa da molti, racconta il mito che se cercate di svegliarli qualcuno potrebbe offendersi.



7 agosto 2015

Lezioni di musica

Una delle piu' memorabili lezioni di vita per me e' stata una lezione di musica di Mauro Scardovelli.




Al minuto 7:40 circa...
Il piano con una dolcezza infinita tenta di dire qualcosa...

L'orchestra pero' incalza, come a non voler fare parlare.

E il piano cosa fa? urla anche lui? No.

Parla ancora piu' a bassa voce, piu' dolce.
Come a dire "....calma, io sono qua e volevo mostrarti cosa ho dentro"

Segue un botta e risposta, ripetitivo. Le voci si sovrappongono fino a diventare uno.

Al minuto 11 circa, il pianista riesce davvero a esprimersi.
Guardate le sue espressioni, sono quelle di un bambino o  di un mistico in estasi.

La risposta dell'orchestra a questo punto e' piu' lieve.
il piano suona tutta la sua lunghezza...

Ora si, ora si, che stanno comunicando.

Davvero incredibile, come proprio Beethoven ci insegni l'unico modo per parlare col chiasso dei sordi.

Al minuto 20:28 c'e' una certa soddisfazione.

Far buona musica.

4 agosto 2015

Ritrovarsi

Si e' concluso a Sciacca il Festival d'arte "Ritrovarsi", una bellissima occasione espositiva in tre serate, dal 31 luglio al 2 agosto. Il percorso artistico e' propriamente urbano, serve per conoscere e valorizzare quei caratteristici vicoli e cortili che sono parte integrante del patrimonio storico-culturale di una citta'.
Tra sculture, dipinti e gente che si diverte in mezzo...


Credo inoltre di essere stata particolarmente fortunata: il cortile in cui esponevo il mio "Sommelier delle abe" si e' rivelato pieno di risorse.



Ho infatti avuto l'occasione di conoscere meglio la gente del posto, che e' la piu' grande risorsa per conoscere un territorio. Sono seguite guide turistiche alle 3 di notte, col grande ceramista Calogero Soldano (che mi ha anche fornito un punto luce aggiuntivo, aiutato a installare l'opera e conservarla nel suo studio ogni notte a chiusura)



...e "schiticchi" di anguria, melone, birra e limoncello, con la famiglia della signora Lilla.



Un'altra esperienza e' andata, e io? Torno a fare il mio mestiere. 



volare.

12 luglio 2015

Quello che veramente ami rimane,
il resto è scorie
Quello che veramente ami non ti sarà strappato
Quello che veramente ami è la tua vera eredità
Il mondo a chi appartiene, a me, a loro
o a nessuno?
Prima venne il visibile, quindi il palpabile
Elisio, sebbene fosse nelle dimore d'inferno,
Quello che veramente ami e' la tua vera eredita'
La formica e' un centauro nel suo mondo di draghi.
Strappa da te la vanità, non fu l'uomo
A creare il coraggio, o l'ordine, o la grazia,
Strappa da te la vanità, ti dico strappala
Impara dal mondo verde quale sia il tuo luogo
Nella misura dell'invenzione, o nella vera abilità dell'artefice,
Strappa da te la vanità,
Paquin strappala!
Il casco verde ha vinto la tua eleganza.
"Dominati, e gli altri ti sopporteranno"
Strappa da te la vanità
Sei un cane bastonato sotto la grandine,
Una pica rigonfia in uno spasimo di sole,
Metà nero metà bianco
Né distingui un'ala da una coda
Strappa da te la vanità
Come son meschini i tuoi rancori
Nutriti di falsità.
Strappa da te la vanità,
Avido di distruggere, avaro di carità,
Strappa da te la vanità,
Ti dico strappala.
Ma avere fatto in luogo di non avere fatto
questa non è vanità Avere, con discrezione, bussato
Perché un Blunt aprisse
Aver raccolto dal vento una tradizione viva
o da un bell'occhio antico la fiamma inviolata
Questa non è vanità.
Qui l'errore è in ciò che non si è fatto, nella diffidenza che fece esitare.

Ezra Pound

11 luglio 2015



...e così
me la voglio meritare.

Questa me che fugge dal bisogno di scappare.

Capace di dire si, quando è si.
No, quando è no.

E ci volevano tutti loro, 
il viaggio, 
pochi grammi di coraggio.

E guardare tutto da lontano...


Fortunago. Giorni animici.

24 giugno 2015

In mostra a Palermo "PENULTIMO PAESAGGIO IN FONDO"

Domani inaugura la mia mostra a Palermo... vi aspetto !




PENULTIMO PAESAGGIO IN FONDO
25 giugno - 7 luglio
Inaugurazione 25 giugno alle 19.00
XXS aperto al contemporaneo
Via XX settembre 13, 90141 Palermo



" È in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo. [...] La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo.”
Fernando Pessoa - Il libro dell'inquietudine


“Penultimo paesaggio in fondo” è un progetto fotografico iniziato nel 2012 e realizzato nei luoghi stessi in cui la fotografa ha vissuto. Attraverso questo lavoro l'autrice si confronta con una tematica classica per la fotografia: cosa è il paesaggio? E ancora: cosa rende il paesaggio, un paesaggio?
In questo caso è stata la stessa figura del testimone fotografico a indirizzare verso una risposta. Il paesaggio infatti si pone laddove vi è un'interpretazione parziale della realtà, esso cioè è il frutto dell’intervento di un osservatore all’interno di un contesto. Come a dire che il paesaggio non si vede soltanto, ma “si vive” ogni volta che lo si guarda e questo atto lo rende sempre nuovo.
Per evidenziare questo, l'autrice rinuncia all'oggettività di una visione nitida e descrittiva ed esalta il suo ruolo interpretativo attraverso l'uso della macchina fotografica in maniera non convenzionale, restituendo così una visione quanto più personale ed evocativa. Il progetto diventa un intimistico viaggio nella coscienza: ai prolungamenti dell’esposizione fotografica, quasi come fosse la memoria umana ad estendersi verso il passato o il futuro, si aggiungono delle immagini di piccoli particolari, richiami di vita e attimi fuori dal tempo.
Poiché il paesaggio include significati ed emozioni personali, anch’essi soggetti - insieme al fotografo - a cambiamenti nel corso del tempo, esso è destinato a non essere mai definitivo, bensì perenne “penultimo”. Il progetto è stato scattato in formato pellicola 120 con macchina fotografica Lomo (Diana).


25 maggio 2015

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28 aprile 2015

Verso una Fotografia di Confine: a Palermo una rassegna fotografica controcorrente

Verso una Fotografia di Confine è una rassegna fotografica che prevede un ciclo di cinque mostre che si inaugureranno tra il 30 aprile e il 25 giugno prossimi, presso la Galleria XXS di via XX Settembre n. 13 a, Palermo.
I cinque autori – rispettivamente Anna Fici (30 aprile – 12 maggio), Carlo Columba (14 – 26 maggio), Lorenzo Maria D’Acquisto (28 maggio – 9 giugno), Giancarlo Marcocchi (11 – 23 giugno), e Maria Cardamone (25 giugno – 7 luglio) si sono riuniti fondandoPolpolessolab. Con questo nome un po’ scherzoso e un po’ provocatorio, i cinque intendono indicare quale sia oggi la tragicomica posizione della fotografia nel panorama delle Arti e delle forme di espressione culturale. 
A fronte di un costante incremento dell’attività fotografica e dei Photographers, si sta verificando una pesantissima crisi di orientamento nell’ambito della produzione. Tra il 2003 e il 2013 si è assistito sì ad un incremento delle vendite di opere fotografiche nel mercato dell’Arte. Tuttavia la fotografia rappresenta ancora oggi solo il 4% dei lotti venduti e solo l’1,2% dei ricavi. Nelle aste, la percentuale di invenduto delle opere fotografiche è pari al 41%, in riferimento al panorama mondiale [Il mercato dell’Arte nel 2013, fonte:Artprice.com]. Insomma, la fotografia risente ancora, e forse oggi più che mai, di una scarsa legittimazione. E questi dati lo dicono a voce alta.  La realtà della città di Palermo, a sua volta, rappresenta il Quarto Mondo della sensibilità per la fotografia: tantissimi praticanti da una parte, un pubblico di soli amici dall’altra.  Tutto questo richiede una riflessione da parte dei fotografi, dei galleristi e degli operatori tutti. E’ sicuramente mancato, negli ultimi anni, il supporto della divulgazione, anche giornalistica e della critica per il largo pubblico dei quotidiani cartacei e on line. E’ sicuramente mancato un anello di congiunzione ad accesso gratuito e pubblico, che è l’anello della recensione, il cui compito sarebbe proprio quello di mettere in comunicazione artisti e fruitori, offrendo qualche strumento di lettura. Ma se una riflessione occorre, le riflessioni non necessariamente devono riflettere, nella modalità, la pesantezza dei temi oggetto. Si può anche riflettere con delle azioni che vogliono essere serie ma non seriose, come la costituzione di Polpolessolab. 
PolpolessoLab propone – quale prima azione – questa particolare rassegna dedicata all’esplorazione dei confini dell’espressione fotografica forse perché convinti che affinché oggi la fotografia sia riconosciuta e adeguatamente valorizzata occorre presentarla in una veste poco fotografica. Utilizzando mezzi espressivi quali la Polaroid manipolata (è il caso di Anna Fici e di Giancarlo Marcocchi), la lomografia (Maria Cardamone), la graficizzazione e pittorializzazione dell’immagine (Carlo Columba e Lorenzo Maria D’Acquisto), si intende indagare sulle possibilità di esplorazione del linguaggio fotografico nei territori che si estendono al di là dei classici paradigmi e delle classiche retoriche del linguaggio fotografico come storicamente determinatosi. Ma questo è solo l’inizio… 
I cinque autori con Paolo Madonia della Galleria XXS
Anna Fici è docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università degli Studi di Palermo. Fotografa da molti anni ed ha al suo attivo numerose mostre. Predilige, in maniera non esclusiva, il reportage a sfondo sociale in bianco e nero.  Nel 2002 il suo lavoro Facce di Ballarò è stato premiato all’Internazionale di Fotografia di Solighetto (Treviso). Nel 2003, un suo portfolio in Polaroid manipolate in fase di sviluppo sul World Festival on the Beach di Mondello (Palermo), ha vinto il Photo contest legato a quella manifestazione ed è stato pubblicato dalla rivista Il Fotografo. Qualche anno più tardi, un altro suo lavoro a colori sulla medesima manifestazione ha vinto il premio della critica. Nel 2007 un ulteriore reportage in bianco e nero ha vinto il Photo contest del World Festival on the Beach. Tra il 2007 e il 2011 ha esposto in più ambiti un lavoro – Tam Tam Tamil – dedicato alla popolazione Tamil di Palermo che rappresenta la comunità di immigrati più numerosa in città. Dal 2011 ha lavorato alla produzione del film per le sale cinematografiche Ore diciotto in punto, per la regia di Giuseppe Gigliorosso. Oltre ad aver collaborato alla stesura della sceneggiatura, ne ha in particolare realizzato le foto di scena e di back stage, insieme a Giancarlo Marcocchi. Oggi aderisce ad un progetto fotografico per il web – humansofsicily.photo – che intende sfociare in un work in progress di narrazione visiva sulle realtà siciliane contemporanee.
30 aprile – 12 maggio 2015
Palermo Polaroid Art di Anna Fici è una mostra che raccoglie ventidue originali Polaroid – da pellicole Image e SX70 – scattate tra il 2000 e il 2002 a Palermo e dintorni. Si tratta di scatti assolutamente unici sia perché ciascuno è stato inciso a mano durante lo sviluppo, e rappresenta quindi a tutti gli effetti un unicum e un ibrido tra fotografia, pittura e incisione, sia perché le pellicole originali Polaroid da circa otto anni non vengono più prodotte. Quelle che le hanno sostituite, le Impossible, prodotte da chi ha rilevato il brand Polaroid, presentano caratteristiche del tutto diverse che non consentono interventi sull’emulsione.  Si tratta di una visione della realtà cittadina che ne mette particolarmente in evidenza i graffi e le ferite, non con l’intento della denuncia ma con quello della ricerca dell’identità e della firma: essere palermitani ed essere Palermo, senza alcun compiacimento del degrado, sono due condizioni di cui il lavoro presenta il reciproco rispecchiamento. Essere palermitani ed essere Palermo, nelle crepe create dal graffio del tempo, grazie alle crepe create dal graffio del tempo. Agli originali che consistono in piccoli oggetti di pregio, di circa dieci centimetri per dieci, verranno accostate delle stampe Fine Art marcate digigraphie e certificate, in tiratura limitata. 
Carlo Columba, classe 1956, maturità classica, laurea in ingegneria, di fatto, non ha mai esercitato la professione. Insieme alla natura, al silenzio e alle buone letture la fotografia è la sua passione più schietta e duratura con un’esperienza professionale di realizzazione di spettacoli in multivisione datata negli ormai lontani anni Ottanta. Nel tempo bazzica un po’ tutti i media, non tralasciando i cd rom interattivi e i siti web. Approfondisce le tecniche e le tecnologie per l’apprendimento in rete e in ambiente tecnologico. L’avvento del digitale “risveglia il neurone fotografico” dando l’avvio ad una nuova fase, quella attuale, nella quale si dedica ad una ricerca personale verso una fotografia “poco fotografica”
14 – 26 maggio 2015
Habitat di Carlo Columba. Chi sono stati i progenitori della specie homo, i più antichi, ancor prima del periodo cacciatore – raccoglitore? Branchi di scimmie ciarliere  (le si possono immaginare perfettamente a richiamarsi e ad inseguirsi) dovevano popolare le foreste vivendo le fronde degli alberi e mangiandone i frutti. Da questa suggestione parte una ricerca fotografica, nonché da una personale predisposizione dell’autore a sentire “vicini” gli alberi come “compagni” di vita sul pianeta Terra. Una suggestione che spinge a tentare di indovinare una visione primordiale dell’ambiente che doveva ospitare quelle popolazioni e una interpretazione, per così dire “in soggettiva”, del campo visivo di individui il cui orizzonte è interamente e solamente costituito dall’intrico dei rami e delle foglie. Il tipo di immagine suggerisce una possibile funzionalità dell’antico occhio di focalizzare l’attenzione solo su determinati elementi lasciando al di fuori della soglia di intellegibilità quella moltitudine di altri che altrimenti costituirebbero solo una distrazione o un sovraccarico cognitivo: lo sguardo va dove la necessità del momento lo conduce e si focalizza su alcuni elementi chiave che sono quelli importanti a determinare l’azione. Si assiste qui, tra l’altro, al ribaltamento del concetto di barriera: se, oggi, per noi una selva intricata costituisce un ostacolo, per le scimmie ciarliere doveva, al contrario, rappresentare la migliore opportunità di spostamento. L’atmosfera non è surreale ma semmai apocalitticamente carezzevole nel tentativo di sottolineare la persistenza di quelle contraddizioni che nelle società evolute vengono chiamate “ferocia” (brutalità, efferatezza, spietatezza) ma che in natura sono da sempre la regola.
Alla luce di queste immagini Il nostro più disinteressato amore per il verde diventa strumento per capire se almeno qualcosa di quel mondo e quella situazione stia ancora vivendo in noi.
Lorenzo Maria D’Aquisto vive sul mare di Porticello. Ha studiato Architettura a Palermo. 
E’ stato per alcuni anni un collaboratore dell’Arch. Prof.ssa Jole Lima, partecipando alla ricerca di etnoarchitettura sul territorio siciliano sfociata nel volume “La dimensione sacrale del paesaggio siciliano” pubblicato nel 1979 da Flaccovio Editore. Negli stessi anni, per una collana di Storia dell’Urbanistica diretta dal Prof. Enrico Guidoni, ha curato il corredo grafico e i rilievi per i numeri dell’Arch. Lima e dell’Arch. Marsala. Con le foto di Giò Martorana ha pubblicato “Porticello” (Ediz. Eidos).  Si occupa di storia locale e di fotografia. La fotografia la frequenta dagli anni Settanta, fin dai tempi degli studi in Architettura e Urbanistica,  facendola diventare poi il principale interesse con ricerche personali. Proprio in questo campo ha partecipato a mostre collettive e ha realizzato alcune personali. Alcuni suoi articoli di tema turistico sono apparsi su Panorama Travel, Milano Finanza Magazine,  AD – Architectural Digest e Room. Da qualche anno “gioca” con il dialetto, scrivendo delle ballate in siciliano, di cui sono protagonisti i pesci che “parlano, odiano, amano esattamente come gli uomini”
28 maggio – 9 giugno 2015
Rivugghio” è un termine siciliano che in lingua può essere reso con “Ribollire”. Nel vocabolario a questo termine sono associati, come sinonimi, i termini agitarsi, fremere, palpitare, tumultuare.  All’autore è successo più volte, nel corso degli anni, di vivere da molto vicino il tumultuare, l’agitarsi del Mare. Vederlo crescere, ingrossarsi ed esplodere nella sua incredibile forza per poi ritornare a illanguidirsi. Lo si osserva poi carezzare la stessa costa, gli stessi scogli che appena prima aveva tentato di squassare e da questi, con pari potente risposta, venire ridotto alla sua essenza di gocce d’acqua che, dopo l’urto, tentano di ricongiungersi alla massa che le ha originate e che sempre le contiene. Spesso anche l’uomo può essere come un’onda, potente e inutilmente distruttivo per poi acquietarsi in una carezza. 
Giancarlo Marcocchi fotografa da circa quarant’anni. E’ nato e vissuto a Cremona fino al 2003. Da quell’anno vive e lavora a Palermo, dove ha svolto il ruolo di docente di fotografia in diversi contesti. Col tempo si è specializzato nella fotografia di scena: danza, Jazz, teatro d’avanguardia, cinema, ritratto, figura e glamour. Ha una lunga esperienza con la fotografia analogica che sviluppava e stampava personalmente.  Ha utilizzato supporti Polaroid manipolandoli in fase di sviluppo o trasferendo l’emulsione su vari tipi di supporti. Oggi utilizza con soddisfazione carta Fine Art per il digitale. Non disdegna la fotografia a colori ma sente di riuscire ad essere più intenso con il bianco e nero.
11 – 23 giugno 2015
Milano in Polaroid fu il suo primo lavoro su materiale Polaroid poi manipolato in fase di sviluppo. Realizzato sul finire degli anni Novanta, racconta la città nel suo rapporto con la pubblicità. Il tratto rende unico il lavoro a metà tra lo street e il reportage. Si tratta di diciannove immagini originali, di dimensioni minute (10×10 cm) che nei colori e nelle inquadrature esprimono egregiamente la milanesità di quegli anni che già prefiguravano il tramonto del clima sociale che aveva caratterizzato la Milano da bere degli anni Ottanta. 
Maria Cardamone si occupa di fotografia dal 2008. Si è laureata in Lettere Antiche nel 2012 con una tesi sull’uso politico della fotografia in ambito geografico.  Dopo le prime sperimentazioni nel mondo della fotografia, si è prevalentemente concentrata sulla fotografia sociale e di reportage, non tralasciando le indagini sul paesaggio. Ha esposto in mostre personali e collettive, in Italia e all’estero. 
Penultimo paesaggio in fondo di Maria Cardamone è un progetto fotografico iniziato nel 2012 e realizzato in parte in Italia e in parte in Gran Bretagna. L’autrice si confronta con una tematica classica per la fotografia: cosa è il paesaggio? E ancora: cosa rende il paesaggio, un paesaggio? La figura del testimone fotografico a questo punto ha dato una risposta. Il paesaggio si pone laddove vi è un’interpretazione parziale della realtà: esso cioè il frutto dell’intervento di un osservatore all’interno di un contesto. Per evidenziare questo, l’autrice rinuncia all’oggettività di una visione nitida e descrittiva ed esalta il suo ruolo interpretativo attraverso doppie esposizioni, mosso, effetti fantasmagorici. Il progetto diventa un intimistico viaggio nelle emozioni: ai prolungamenti dell’esposizione fotografica, quasi come fosse la memoria umana ad estendersi verso il passato o il futuro, si aggiungono delle immagini di piccoli particolari, richiami di vita e attimi fuori dal tempo. In tal modo il paesaggio, svuotato dalla pretesa di essere un dato fermo e stabile, si trasforma in movimento e rapporto col tempo, cioè coscienza. In questa visione personale il paesaggio in fondo viene continuamente riscritto, e la visione del paesaggio non può escludere l’essere umano, i luoghi della sua storia e coscienza personale, del significato che ha il paesaggio per lui. Per questo esso non può essere mai definitivo, ma perennemente il penultimo. Il progetto è stato scattato in formato pellicola 120 con macchina fotografica Lomo (Diana).