19 giugno 2018

La parola e' una traduzione (e va curata col metalinguaggio)

Ogni parola e' una traduzione. Non indica la cosa in sé.
Ha infatti una sua parzialita' diacronica (che muta col tempo) e diatopica (che muta con lo spazio), ed e' portatrice di un filtro cognitivo filosofico o culturale.

In quanto non neutrale la parola si presta ad ambiguita' che talora è sapientamente sfruttata in certi contesti comunicativi.
Un esempio e' il caso della comunicazione che avviene usando un'immagine bella abbinata a un testo negativo, un tipo di comunicazione che causa un paradosso e una confusione nello spettatore poiche' la comunicazione risulta schizzofrenica.
Ti mostro un atollo meraviglioso per immagine e in didascalie ti dico quante migliaia di pesci muoiono all'anno per inquinamento. Grazie e arrivederci: mi resta l'immagine in mente dell'acqua trasparente e colori brillanti, un sottile dispiacere per la didascalia ma poca memoria nel riportare il fatto, nel "vederne" le cause. La realtà così si accetta e si ratifica indisturbata: dopo tutto l'atollo è ancora blu e verde come in un dépliant di viaggi!

E' esattamente il tipo di comunicazione usata dal potere per confondere e assorbire ogni tipo di rivoluzione o indignazione nel popolo.
il rapporto tra immagine e parola non e' bilanciato perche' l'immagine ha un potere di impressione sull'uomo che e' superiore alla semplice parola. Il rapporto potrebbe essere 2:1 a favore dell'immagine, ma forse anche di più,  di certo non è  paritario.
Immagine da: Arancia Meccanica. E' il "metodo correttivo Ludovico" che, nelle intenzioni del governo, avrebbe messo fine alla piaga della criminalità nel Paese. Alex è costretto a guardare immagini di violenza (stupri, pestaggi, ecc) accompagnate dalla musica di Beethoven. Questo genera in lui un senso di nausea ogni volta che vorrà commettere atti criminali, divenendo cosi inoffensivo. E' una sorta di “castrazione psicologica”. Nel libro di Burgess (un po’ meno nella trasposizione cinematografica) ci si chiede se sia lecito, in nome della giustizia, che lo Stato sottragga all’uomo il suo libero arbitrio.  L’autore non ha dubbi: nonostante l’individuo possa commettere crimini atroci, lo Stato sarà sempre un’entità infinitamente più infima e malvagia, in quanto con cinismo e freddezza utilizza la violenza per piegare le coscienze individuali. In un certo senso crea una falsa coscienza, per induzione ipnotica. Fonte di immagine/parte del testo qui

Come per esempio gli scimpanze' imparano nuove tecniche osservando un altro esemplare e copiandolo, cosi il cervello umano registra il visivo in millesimi di secondo, e rimane impresso dal potere delle immagini e dei fatti/esperienze.  
Le parole che spiegano sono gia' una traduzione del visto e dell'accaduto, e in quanto traduzione puo' lasciar spazio a molti errori e fraintendimenti.

Quando questi due aspetti, immagine e parola, non combaciano, anzi cozzano tra di loro, creano confusione nello spettatore e dipendenza acritica all'autorita' che emette l'informazione. Il giudizio critico allora si sospende per un tilt nel cervello che non viene neanche avvertito a livello cosciente.
Allora si pensa che chi ha scattato la foto all'atollo e ha scritto la didascalia ne sa più di me e mi ha davvero informato sui fatti. Semmai ci venisse un dubbio sull'operato del fotografo, subito allora demandiamo il principio di autorevolezza all'ente, testata, governo che ha sostenuto finanziato e pubblicato l'informazione (scatta il classico "l'ha detto la TV, il corriere, il national geographic ecc")
E invece no, non mi ha informato.
La bellezza dell'immagine mi ha disinformato se non mi mostra le cause e gli effetti prossimi di quel che il testo racconta (il racconto visivo dovrebbe contenere i fattori di inquinamento, e le conseguenze sugli esseri viventi per esempio, le testimonianze della gente del luogo).

Questa riflessione, che da fotografa e "fotofilosofa" mi interessa da anni,  si aggancia anche a un post recente di un amico blogger che mi ha colpito (post di EttoreFobo) Ettore cita un autore che dice:

“Parole, pensava.
Il problema centrale della filosofia. La relazione fra parola e oggetto… Che cos’è una parola? Un simbolo arbitrario. Eppure viviamo tra le parole. La nostra realtà è fatta di parole, non di cose. Comunque non esistono cose; una gestalt nella mente. La cosità… Il senso della sostanza. Un’illusione. La parola è più reale dell’oggetto che rappresenta.
La parola non rappresenta la realtà. La parola è la realtà. Per noi, comunque. Forse Dio arriva agli oggetti. Ma noi no.

(da ”Tempo fuor di sesto” di Philip K. Dick – Fanucci Editore)

Seppure capisca e conosca il potere che hanno le parole di disegnare la realtà in cui viviamo e soprattutto quella in cui vivremo... credo molto all'esperienza e alle cose così come sono, come portatrici di significati, prima ancora che abbiano nomi (Shakespeare, Romeo si chiedeva la rosa non avrebbe forse lo stesso odore anche se non si chiamasse rosa?) Decostruendo possiamo anche noi avvicinarci agli oggetti.

Per i buddisti arrivare alle "cose come sono" significa togliere l'unidirezionalita' del pensiero, il filtro mentale, il significato delle parole precostituito. So di strutture mentali che pensano senza parole, senza flusso mentale verbalizzato, ma per immagini o simboli. Si può fare.

Io credo al POTERE VIVO delle cose e alla possibilità contemplativa-emozionale: guardare un fuoco per es. e veder spirito di fiamma che tende sempre verso l'alto, forza che brucia, calore che riscalda, spirito della casa, colore che rinvigorisce, potere che piega e incenerisce ecc. È proprio un buon esercizio veder tutte le sfaccettature che si riescono a trovare.
Credo che le cose si impongano sulle loro rappresentazioni, sebbene le rappresentazioni a volte ce le nascondono (nei regimi totalitari si è spesso negata l'evidenza al popolo, usando le parole, vedi la retorica di Mao per nasconder la carestia, ma questo non impediva di certo alla gente di morire di fame).

Ma rimanendo sul semplice, si dice "fuoco" e lo si circoscrive alla parola, togliendone l'attenzione profonda alle sue qualita' e mille sfaccettature. Se non rimaniamo "liberi" di fronte alla parola, essa totalizza e annulla l'oggetto in se stessa.
Le parole vanno ripulite e curate perche' se ne fa abuso, le si privano delle loro sfumature fino a che perdon i loro significati... e li' accade che le parole si "cosificano", ma invece che oggetti vivi diventano sassi morti ;-)
Ritornando a Guy Debord potrei dire che proprio la "rappresentazione delle cose in parole" ne ha assimilato tutto il loro potere rivoluzionario, libero, creativo.

Anche per le parole si potrebbe dire (senza neanche uso di immagine, ma scrivendo) alla Magritte ..ceci n'est pas...



  "questo non e' un FUOCO" o

 "fuoco (in quanto parola) non e' un fuoco". Infatti non brucia.



Allora che farne delle parole? come liberarle?

In effetti solo dicendo la parola "fuoco", lasciandoti tempo di riflettere,  posso evocare (platonicamente) la tua Idea complessiva di fuoco insieme con le esperienze piu' forti che ne hai avuto. Se la parola invece evoca solo se stessa (come nel caso di una didascalia fuori contesto) siamo arrivati a non dire nulla di importante, ma è solo parlare per parlare.

Ci dimostrava Borges in un suo racconto che una mappa del mondo  scala 1:1 è inservibile perché coprirebbe il mondo stesso: la copia, coincidendo col reale, sarebbe inutile per orientarci. Più si fa esatta e più si svuota di funzione.
Così è  anche per la rappresentazione in parole.

Quindi per curare le parole, bisogna saper di che malattia soffrono, in quali trappole non dobbiamo cadere e come espandere con la ricerca le loro sfumature..in noi che pronunciamo ma anche nelle orecchie di ascolta ( e le traduce per la sua mente)..come si fa? 
Facendo metalinguaggio. 
Usando un linguaggio per spiegare il nostro linguaggio. Parlando del significato che hanno per noi le parole. E imparando a parlare ascoltare e leggere da uno stato di presenza.

A volte il metalinguaggio è un po' lungo,  come questo post...ma spero ne sia valsa la pena. Se faccio le due di notte a buttar giu' queste idee e' perche sogno una materia nuova insegnata a scuola: l'ora di metalinguaggio ed empatia.


Consiglio questo video sulla comunicazione e l'ascolto pulito di Antonio Quaglietta. 
Perche' e' importante? perche' le nostre relazioni interne ed esterne sono fatte dalle abitudini ambientali (schizzofreniche) finche' non impariamo a regolarci da noi. Parla di traduzione ed empatia.

Lascio anche qui un passo dal libro di Marco Guzzi, "Il cuore a nudo" pag. 116-117 sul "punto di emissione da cui parliamo". 
Esser integri internamente e' il modo per non dire falsita'. Una sottigliezza non da poco, che non riguarda i contenuti ma il punto di emissione.







1 commento:

Gizeta ha detto...

Sei provvidenziale come una goccia d'acqua su vite di deserto e innaffio il cuore di questa aridità con la riflessione per trarne (r)esistenza nuova. Grazie per essere bevaio senza strumenti...ma acqua pura senza filtri verso la radice della comprensione.