27 luglio 2020

The Cure, Krishnamurti e l'idolatria


Beh intanto partiamo con della bella musica. Adoro questo pezzo.

I've been looking so long at these pictures of you
That I almost believe that they're real
I've been living so long with my pictures of you
That I almost believe that the pictures
Are all I can feel

Ho guardato cosi' a lungo a queste immagini di te, da quasi credere che siano reali.
Ho vissuto cosi' a lungo con queste immagini di te, da quasi credere che queste immagini  siano tutto cio' che io possa sentire.

Che questa sia l'epoca delle immagini e' fuor di dubbio. 
Mi pare che sempre piu' ci si esprima attraverso esse, e come cultrice di un'arte visuale non posso essere certo del tutto contraria. 

Mi mettono pero' molti dubbi i mezzi - social media -  che ospitano le foto personali.

Cosa avviene quando le immagini diventano il modo principale per raccontare se stessi? 
Quando si sostituiscono all'esperienza dell'altro? 
Allora posso citare i Cure: 
Ho guardato cosi' a lungo a queste immagini di te, da quasi credere che siano reali.

Come posso sapere se il mio amico sta bene, guardando le foto delle sue vacanze su facebook? 
E cosa vuol dire star bene? e' forse questo continuo distrarsi in attivita' mondane, in questo far mostra di se?
Io voglio sapere se il mio amico sta in contatto con se stesso davvero, senza ricorrere a palliativi, surrogati e senza prendersi in giro...e se dovesse prendersi in giro, il mio ruolo e' ricordargli chi e'.
A un certo punto sono arrivata al paradosso di capire se un'amica stava male, dalla quantita' di foto di sorrisi sgargianti, cocktails e parties che metteva in quel periodo....e non mi sbagliavo.

Quando ho eliminato facebook e instagram mi ero gia' accorta di questo inganno: una scissione totale.

Non solo cio' che appare non e' reale (la presunta felicita', la saggezza personale elargita a citazioni, il presunto yoga che sembra diventata una ginnastica un pop porno piu' che una pratica di ascensione spirituale e cosi via) ma non e' reale neanche l'interazione con lo spettatore. Quello che lo spettatore puo' sentire dell'altro (nel bene/male) e' viziato in partenza da una eccessiva fiducia accordata alle immagini.

Ho vissuto cosi' a lungo con queste immagini di te, da quasi credere che queste immagini  siano tutto cio' che io possa sentire.

Succede oggi con le immagini quello a cui Krishnamurti avvertiva riguardo a parole/giudizi/conoscenze. Si incasella tutto nei simboli, e - mentre lo si fa - si perde definitivamente la relazione.

La parola non e' la cosa.

L'immagine non e' la cosa.
E quindi l'immagine non e' la persona.











Che relazione posso avere con un simbolo? Nessuna. Perche' il simbolo e' gia' una mediazione di un rapporto. Lo dice l'etimologia del suo nome.

Ma se io mi rapporto non alla persona attraverso il simbolo, ma al simbolo come persona, ovvero alla persona-simbolo... la relazione e' rotta, si interrompe nella superficie dello schermo virtuale. Posso al massimo metter un like allo show dell'altro.

Cosa vuol dire guadagnare followers e amici di facebook, quando si e' diventati un personaggio? 
e quanto quel personaggio ingabbia la persona, come se le chiedesse di adeguarsi a esso una volta che l'ha indossato, che ha guadagnato un pubblico?

L'attore dunque adesso ubbidisce al suo costume? 

La riflessione di Krishnamurti arriva chiara e limpida.
Come fai a vedere l'altro davvero, se non vi siete entrambi messi al di fuori dell'illusione di conoscervi? Se non rimanete di un'intelligenza viva, mobile, dedita al 100% al presente.

Cosa vuol dire vedere un genitore, un fidanzato, una moglie, un figlio, senza l'illusione di conoscerlo?
Perche dobbiamo ridurre le persone a ruoli, al registro degli eventi passati, a feticci...?
Come posso farmi un'idea di loro attraverso delle immagini? Come posso farmi un'idea di loro - in genere? 

Se uno ha un account instagram da scorrere col ditino...
e "crede" a quel che vede...

... non vi sembra forse questa idolatria?




10 commenti:

giorgio giorgi ha detto...

Hai ragione.
Se, come diceva Jung, il simbolo è qualcosa che rimanda a qualcos'altro, di nascosto, di sconosciuto, e quindi ti aiuta ad andare oltre ciò che conosci, a sbrigliare la tua immaginazione e la ricerca dell'ulteriore, i cosiddetti simboli che appaiono quasi sempre sui social sono simboli morti, sono segni, qualcosa che vuole rappresentare certezze, verità definitive: sto bene, rido, sono felice, ho fatto un viaggio... e allora viene spontaneo dire "E chi se ne frega...", cosa aggiunge a me questa serie di immagini, in che modo allarga la mia coscienza? E' come scorrere i giornali dei gossip, fare i guardoni, ma poi, quando abbiamo chiuso i giornali e i computer, cosa è cambiato in noi e nella nostra vita, cosa è migliorato? Cosa abbiamo scoperto di nuovo?
Ma attenzione, non c'è niente di male a farlo se uno ha voglia di perdere un po' del suo tempo, l'importante è che ne sia consapevole (come quando dici: vado al casinò con 10, 20 o 50 euro in tasca e quando li ho perduti tutti vengo via) e non ne faccia la realtà quotidiana della sua vita, perchè altrimenti visitare i social assomiglia molto alle canne, alle droghe pesanti o all'alcool che assumono giovani e meno giovani per stordirsi e non pensare a migliorare il proprio modo di stare al mondo.

Ettore Fobo ha detto...

Mi colpisce la profonda sintonia con quello che dici. A partire dalla passione comune per questa canzone dei Cure. Facebook… da poco ho aperto un account. Io ne diffido parecchio e ne ho anche scritto sul blog. Essere assorbito da questo flusso d’informazioni irrilevanti è pericoloso. Sapere dove va in vacanza una persona che non vedo da dieci anni o più… Si dice: Fb è un mezzo bisogna saperlo usare. Falso! Sono i mezzi che ti usano per i loro scopi. E anche le parole sono mezzi! Ora capisco meglio il discorso che mi facesti in un tuo commento su un mio post di qualche anno fa… Mi aiuta il riferimento a Krishnamurti. Credenze, miti, dicerie inconsce, cui tributiamo venerazione solo pensando siano reali… Ci sarebbe moltissimo da dire per ora grazie Maria per il tuo ennesimo, splendido, post.

Maria ha detto...

Giorgio, che dire, per me bellissimo sentire di esser compresa e di saper che c'è chi condivide. Pensa che ero molto indecisa se mettere questo post...col rischio di essere "una voce che urla nel deserto" e di esser presa per esagerata. Ma tant'è, è quel che penso e quindi via.
Ma quando parli di dipendenze (per stordirsi) come le droghe, l'alcol, il gossip, sì assolutamente, hai preso in pieno, divente una forma di dipendenza e di addormentamento. Molto bello il riferimento a Jung. E mi piace l espressione che usi: "rimandare a qualcos'altro" senza fermarsi al simbolo morto in sé.
Sai...Non a caso noi che la pensiamo così siamo ancora sui diari (online) -sempre più in disuso- che sono i blog...e che richiedono tempo e lo concedono anche, senza bombardarci di notifiche...senza creare attaccamenti.

Maria ha detto...

Ettore avevo letto il tuo post e sapevo che avevi aperto facebook, non ci vedo nulla di male. Credo hai fatto bene a spiegare il perché lo fai e da che posizione lo guardi, affinché non sia facilmente messo nel mucchio delle altre facebookeriane esperienze.
Mi piace la forza con cui affermi che i mezzi ci usano per i loro scopi, l'ho sempre sospettato e credo - a mia memoria - sei il primo che incontro che lo afferma a voce alta e chiara. Ti credo, ci credo. Se vuoi ricordarmi il post di un anno fa che ti commentai, sarei felice di rileggerlo e di capire cosa allora vedevo.
Anch'io ancora ho molto da dire su fb e Instagram e l'ipnosi (qui magari potrebbe aiutare Giorgio), quando vedo mamme con il passeggino che non guardano i loro figli ma lo schermo, e schiere di dipendenti sui treni di Londra che mentre vanno a lavoro sono ipnotizzati dallo scorrere di immagini Instagram... A volte mi guardo nel vagone e mi chiedo "chi c'è veramente qui?"

La mente è anche essa un mezzo, forse a volte ci usa anche lei? mi pare che spesso questi dispositivi siano un modo per fare girare a vuoto la mente, riempire il tempo a una mente iperattiva che altrimenti non sa come calmarsi, star in silenzio, e trovarne giovamento.
C'è tanto da chiacchierare...sarebbe bello dal vivo!

Maria ha detto...

I vostri due commenti, arrivati insieme senza potersi leggere a vicenda, mi hanno invogliato a togliere la moderazione ai commenti. E' bello che comunichiate tra di voi, e vedo una somiglianza di fondo su questi temi, direi non a caso.
Grazie a entrambi.

UIFPW08 ha detto...

Perdonami Maria, ma alcuni attimi della nostra vita non credo abbiano bisogno di parole, il silenzio, parla da se per te.
Scegliere un colore quando la tua vita è in bianco e nero, può solo rubarti un sorriso. Ti ringrazio della gradita visita Maria
Il mio abbraccio
Maurizio

Maria ha detto...

Ciao Maurizio, non ho di che perdonarti. Il tuo post mi ha fatto sorridere ma non sapevo del periodo in bianco e nero che vivi. Spero passi presto!

Ettore Fobo ha detto...

Il tuo commento era in questo post: https://ettorefobo.blogspot.com/2018/06/le-parole-secondo-philip-k-dick.html
Un caro saluto, Maria.

Tra cenere e terra ha detto...

Be', guardando le immagini di un tuo amico su un social sai per certo che non è morto. Questo è il lato positivo dell'immagine. :) Il giudizio personale sull'immagine è filtrato dalla sensibilità individuale. A volte l'immagine corrisponde al sentimento che suscita, altre volte lo perverte, spesso inganna, talvolta invece è sincera. Nel grande calderone del virtuale possiamo trovarci di tutto, e il virtuale si presta ad accogliere le nostre proiezioni. In questo senso possiamo dirci sicuri soltanto di ciò che conosciamo bene, tenendo presente che la sovraesposizione mediatica è spesso compensativa di un disagio interno. Stordirsi di immagini, considerare il virtuale come una forma di dipendenza, sì, è saggio. Spesso i social rappresentano vetrine per mettere in mostra la merce umana, ravvivata coi filtri come si fa col pesce prima di andare a male, è vero. Ma una umanità che ricacci indietro il progresso, non è una umanità destinata a scomparire? Quante opportunità di conoscenza si sono aperte a noi da quando hanno inventato internet? Cosa conosceremmo del mondo senza la televisione, o senza i treni, gli aerei e i libri? Magari lì fuori da qualche parte c'è un eremita che non sa nulla della modernità e vive in pace con se stesso, tra monti e ruscelli in compagnia degli animali, chi lo sa. Scommetto che avrebbe un sacco di cose da insegnarci su Dio e sulla natura. Forse l'essenziale. Forse non avrebbe bisogno nemmeno di parole per comunicare con noi. Scommetto, però, che avrebbe anche una gran voglia di ascoltare, di apprendere qualcosa degli uomini e delle loro nuove usanze. L'uomo è un animale sociale. Oggi, però, è altrettanto corretto dire che è un animale social. Un caro abbraccio.

Maria ha detto...

Ciao :-)
Qui non si va contro le invenzioni, la ricerca, il futuro, ma si analizza l'uso delle immagini quando mediate da un certo tipo di format. Quindi non si tratta di ricacciar il futuro indietro, personalmente una scelta di lasciar cadere questa invenzione tra quelle che non voglio abbiano spazio nella mia vita. Sono sicura che molte invenzioni che erano considerate "futuro" anni fa, sono state messe da parte. Forse il lasciarle andare, e' parte di un progresso umano.

Detto questo, trovo molto triste sapere se il tuo amico e' vivo dai social.
E lo ribalto. In fondo che amico sei per lui, se non sai che e' vivo? Che amico e' lui per te, se non ti chiama mai?

Mi sembra come una proiezione di diapositive sulle pareti. La tua proiezione, la sua proiezione sono sullo stesso muro e si guardano. Ma non sono persone, non si chiedono cose, non scambiano lo stesso momento.

Molta gente si "accomoda" sui social proprio adagiandosi a questo voyerismo. Mettendo un mi piace o lasciando un commento, io ti dimostro che ci sono per te, e ho l'illusione di aver sotto controllo come stanno tutti.

Mi e' capitato di amici che mi dicessero "ma come non lo sai che sono stata a Maiorca? ho messo le foto su FB". ah. C'e' anche il dare per scontato. Come spettatore prescelto, se ti sei perso la mia Maiorca, sei negligente.

Sempre piu persone si sfogano con me dicendo che non ricevono quasi piu telefonate, solo messaggi per es. E' un caso? Manca il rapporto uno a uno.
E questo certo non dipende solo dai mezzi, e dalla nostra abitudine ai mezzi. Dipende anche da CHI SEI e quanto rimani critico, ovvero capace di discernere.

Alla fine anche qui o via email, nel virtuale, si possono innestare comunicazioni profondo intime e vere. Ma tutto va provato nel reale, ed e' li che diventa anche piu' vero, piu' saporito.

Lo stesso vale per i confini verso alcune persone, confini che questi mezzi spesso non consentono di erigere - lasciandoti perennemente online - e che e' pero' un diritto personale.

Credo che non ci sia bisogno di diventar eremiti per scegliere un altro tipo di relazione alla societa' e comunita'. Anzi, ci potrebbe esser bisogno di persone, quelle vere.

Un abbraccio