27 giugno 2019

Contro il nichilismo - Guzzi e il senso

"Non e' innocuo decidere che questa vita abbia senso
o che questa vita non abbia senso.
Da questo dipendera' la forma della tua vita. La forma del tuo IO."

"Il senso e' un atto creativo.
Siamo noi che dobbiamo dare il senso alla vita e alla morte, non e' qualcosa che ci possiamo aspettare da fuori. Da una struttura, da un'istituzione.
Il senso della tua vita e dalla tua morte e' consegnato alle tue mani."



"La chiesa si deve rinnovare tanto. Lo dice, ma poi non lo fa. E aspettiamo... Io non aspetto perche' faccio parte di questo corpo mistico e allora FACCIO quel che posso, senza pretese, molta umilta', ma non sto ad aspettare che qualcuno mi dia il permesso..."

"Sara' la consapevolezza della nostra fragilita' a darci piu' rispetto, piu' tempi di respiro?"

Che cosa nasconde il mistero della morte, se (unico tra gli animali) e' proprio dalla consapevolezza della morte che l'uomo fa nascere tutta la creativita', l'arte, la storia, le scelte, gli affetti?

"Perche'  il finire e il creare sembrano aver qualcosa in comune?"

E questo tra virgolette e' Marco Guzzi, uno che non aspetta. Ho visto questo video due volte oggi. Alla faccia di chi non regge due ore di conferenza :D

Sento una forza continua, sempre piu forte. Sento che vale la pena pensare che ognuno nasconda in se' una scintilla che cerca il senso della vita, come diceva Viktor Frankl . Per me stessa prima di tutto, che valga la pena fare...dare un senso.

Lascio qui anche i due brani di Pessoa letti all'inizio, affinche' possa ritrovarli:


“Considero la vita una locanda, dove devo fermarmi fino all’arrivo della diligenza dell’abisso. Non so dove mi condurrà, perché non so niente. Potrei considerare questa locanda una prigione, perchè in essa sono costretto all’attesa; potrei considerarla un luogo in cui socializzare, perchè qui mi ritrovo insieme ad altri. Non sono, però, né impaziente né spontaneamente naturale. Lascio a quello che sono, coloro che si chiudono nella stanza mollemente sdraiati sul letto dove aspettano insonni; lascio a quello che fanno, coloro che conversano nelle sale, da dove musiche e voci giungono facilmente fino a me. Mi siedo alla porta e imbevo i miei occhi e orecchi dei colori e dei suoni del paesaggio, e canto sommessamente, solo per me, vaghe canzoni che compongo nell’attesa. Per tutti noi scenderà la notte e arriverà la diligenza. Godo della brezza che mi è data e dell’anima che mi è stata data per goderla, e non mi pongo altre domande né cerco altro. Se ciò che lascerò scritto nel libro dei clienti, riletto un giorno da qualcuno, potrà intrattenerlo nel transito, andrà bene. Se nessuno lo leggerà, né si intratterrà, andrà ugualmente bene…”

Fernando Pessoa, Il libro dell’Inquietudine

Guardando un cadavere, la morte mi sembra una partenza. Il cadavere mi dà l'impressione di un vestito smesso. Qualcuno se n'è andato e non ha avuto bisogno di portare con sé quell'unico vestito che indossava.

 Fernando Pessoa

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