21 marzo 2018

"Fragile" / Ora dello zenzero..

...tra l'altro ottimo digestivo e aiuta il sistema immunitario contro l'influenza. Ma non voglio parlar del te' che sto bevendo adesso.

Forse dopo tante cose fatte, dette, studiate, e una pinta di birra a stomaco vuoto, stasera ho voglia di ritirarmi in un posto comodo, e queste pagine lo sono.

Occasionalmente, oggi ho fissato i volti di quelli che prendono la metro alle 18, dopo lavoro.
Presa la rampa che scende, ho guardato i volti di quelli nella rampa che sale e che spesso fanno caso a tutto tranne che a me.
Ecco se potessi fotografare, in quella rampa di scale sarei Vivian Maier.
Le foto sarebbero vere. Nemmeno rubate. Sarebbe come guardare, non come fotografare.
(Sara' una sottigliezza molto sottile, o sara' quella birra a stomaco vuoto. Ma guardate le foto di Vivian Maier e sara' chiaro).

Beh oggi guardandoli cosi, con disponibilita' piena a sentir quel che i volti mi comunicavano, ho percepito una cosa:
Nella metro, la gente non e' ne' felice ne' triste. Ne' buona ne' cattiva.
Semplicemente fa quel che puo'.
Le maschere, i ruoli... sono loro che portano le persone a lavoro e poi a casa. Si credono di agire, ma sembrano agiti.

Allora ho pensato che la gente della metro, dei vicoli sotterranei per topi in fuga, e' come assente,
proprio perche' e' appena uscita da un grande palcoscenico da cui ogni giorno ricava un ruolo.
Per questo ruolo si annullano di fronte alla moltitudine, senza poter esser totali.
Ho visto entusiasmo, o stanchezza, ma non gioia e tristezza.
Cosi penso...
La vera felicita' e la vera tristezza richiedono riservatezza, una forma di solitudine, di lusso.

Un uomo che prende la metro non puo' esser ne' l'uno  ne' l'altro pienamente.
Puo' essere uno che se la cava, che gira nella giostra di scale mobili, tra porte scorrevoli.
Che si presenta bene. O alternativo. Ma comunque "che si presenta".

Bisogna decostruirli per vederli davvero.
Bisogna togliere la valenza di finction che vale anche per il teatro, cioe' quella regola che fa si' che anche se tutti sappiamo che l'attore non e' il suo personaggio ma e' travestito da, noi ci crediamo e la rappresentazione funzona in virtu' di questo.

Anche se sembrano, quelle persone non sono pacchi amazon su un nastro conduttore.
C'e' una sostanza in ognuna, che le rende speciali.
E mentre loro se ne vanno cosi', pero', vestiti da pacchi, mi chiedo se lo sentono dentro questo potenziale. Tolto il tacco, tolta la cravatta.
E mi chiedo come possano volontariamente ignorar l'uno l'altro che ce l'hanno scritto in faccia, come sui pacchi, la parola FRAGILE.

E chissa' se qualche sguardo che incrocia il mio se ne accorge, di come li sto guardando.
Che anche se non li conosco, li vedo senza ruolo, con equanime benevolenza, apprensione, a tratti compassione. E non metto divisione: mentre guardo fuori sento le stesse dolci cose per me.

La sento la mia scritta FRAGILE.
Ma ci credo solo finche' mi vesto da pacco e mi dimentico quel che sono veramente.

(Sara' la birra nel pomeriggio. Non mi sono ancora abituata alle abitudini inglesi.)

2 commenti:

Ettore Fobo ha detto...


Questo tuo scritto è toccante. Non è affatto facile provare empatia per la folla in metro, io per esempio non ci riesco.

Maria ha detto...

Lo sarai in mille altre occasioni!
Non ci riesci perche' l'empatia non puo' esser facilmente un ISTINTO in situazioni cosi artificiali come la metro.
Per praticare empatia li' bisogna far uno sforzo e sganciare le persone da un numero X di dati (e di idee su questi dati): come la situazione, le cravatte, i tacchi, i giornali, i cellulari sempre in mano, la paura di disturbare e di esser disturbati, il modo in cui la gente si siede...

Pero' se cerchi la parola FRAGILE in loro, empatizzi subito.

Guardo le facce e mi chiedo: Fragile. Su cosa?
E cosi' ti sembra di veder cose che normalmente non ti e' dato vedere.
Capisci che vedi loro, attraverso quel che e' passato attraverso te.