26 novembre 2015

Il fotografo e il suo bersaglio

“Il mio tiro non arrivava a colpire il bersaglio”.

Questo mi spinse a chiedere al Maestro perchè non ci avesse ancora spiegato come si mira. Ci deve pur essere, supponevo, un rapporto fra bersaglio e punta della freccia, e così un modo di mirare che renda possibile far centro

“naturalmente c’è”, rispose il maestro “e lei potrà trovare facilmente l’impostazione adatta. Ma se anche poi ogni suo tiro colpisce il bersaglio lei non sarebbe che un virtuoso dell’arco che può esibirsi. Per l’ambizioso, che conta quante volte fa centro,il bersaglio non è che un povero pezzo di carta che egli fa a pezzi. La “Grande Dottrina” del tiro con l’arco considera questo pura stregoneria. La Grande Dottrina non sa nulla di un bersaglio che è piantato a una certa distanza dall’arciere. Essa conosce solo la meta, che non si raggiunge in alcun modo tecnicamente, e chiama questa meta, se pur la nomina, Budda.”

 (E. Herrigel, Lo ZEN e il tiro con l’arco).

Trapani, 2014

25 novembre 2015


E ho gia' bisogno di andare via.

A ritrovare i pezzetti di filo,

che cuciranno il resto.



"Appunti sulla melodia delle cose" di Rainer Maria Rilke

                Siamo proprio all’inizio, vedi. Come davanti a Tutto. Con mille e un sogno dietro di noi e senza azione.
Non posso immaginarmi un sapere più beato di questo: che bisogna diventare uno che inizia. Uno che scrive la prima parola dopo un trattino di sospensione  lungo secoli.

(n.d.t. : Gedankenstrich, trattino di sospensione, letteralmente: trattino di pensieri) 

24 novembre 2015



Non è necessario che tu mi ascolti, non è importante che tu senta le mie parole,
no, non è importante, ma io ti scrivo lo stesso (eppure sapessi com’è strano, per me, scriverti di nuovo,
com’è bizzarro rivivere un addio…)
Ciao, sono io che entro nel tuo silenzio.

Che vuoi che sia se non potrai vedere come qui ritorna primavera
mentre un uccello scuro ricomincia a frequentare questi rami,
proprio quando il vento riappare tra i lampioni, sotto i quali passavi in solitudine.
Torna anche il giorno e con lui il silenzio del tuo amore.

Io sono qui, ancora a passare le ore in quel luogo chiaro che ti vide amare e soffrire…

Difendo in me il ricordo del tuo volto, così inquietamente vinto;
so bene quanto questo ti sia indifferente, e non per cattiveria, bensì solo per la tenerezza
della tua solitudine, per la tua coriacea fermezza,
per il tuo imbarazzo, per quella tua silenziosa gioventù che non perdona.

Tutto quello che valichi e rimuovi
tutto quello che lambisci e poi nascondi,
tutto quello che è stato e ancora è, tutto quello che cancellerai in un colpo
di sera, di mattina, d’inverno, d’estate o a primavera
o sugli spenti prati autunnali - tutto resterà sempre con me.

Io accolgo il tuo regalo, il tuo mai spedito, leggero regalo,
un semplice peccato rimosso che permette però alla mia vita di aprirsi in centinaia di varchi,
sull’amicizia che hai voluto concedermi
e che ti restituisco affinché tu non abbia a perderti.

Arrivederci, o magari addio.
Lìbrati, impossèssati del cielo con le ali del silenzio
oppure conquista, con il vascello dell’oblio, il vasto mare della dimenticanza.

(Josif Aleksandrovič Brodskij )

23 novembre 2015

Social ID Photo in "Memories/NoMemories"

Un mio nuovo progetto fotografico, ironicamente intitolato Social ID Photo, è una riflessione sulla fotografia che nasce da un'occasione di lavoro in Inghilterra e diventa spunto per riflettere sulla modernità e l'identità sociale.  E' stato incluso nel progetto corale di  "MEMORIES / NO MEMORIES. Fotografia fra flusso e ricordo"  a cura di a Sandro Bini e Giulia Sgherri.


- WE DO PASSPORT PICTURES -
Al mio arrivo in Inghilterra ho trovato lavoro presso uno studio e laboratorio di stampe fotografiche, dove scattavo molte foto per passaporto. Ponevo dietro il soggetto uno sfondo neutro e continuavo a ripetere alle persone di guardare dritto in camera, non inclinare la testa, non sorridere, non avere proprio alcuna espressione. Era l’esatto contrario delle foto di vita quotidiana che i clienti portavano a stampare: un momento standardizzato e freddo. Quelle foto sarebbero servite per dei documenti, ovvero libretti in cui la risposta al Chi sono io? è un nominativo e una fotografia. Le foto una volta stampate venivano tagliate con un utensile che sottrae le facce per consegnarle al cliente. Di quel breve incontro rimanevano solo gli scarti di carta fotografica. Iniziai a guardarli con interesse. Mi ricordavano delle finestre da cui il paesaggio fosse scappato via. Guardandone i bordi le fotografie erano capaci di documentare ancora il colore dei vestiti e della pelle, a volte anche i voluminosi capelli, ma non c’era nessuno: la faccia non c’era più, era scomparsa dalla memoria. In questo caso la fotografia ancora serviva nella sua riproduzione meccanica a documentare qualcosa, ma la sua stessa finalità pratica ne sottraeva il soggetto. Mi sembrò l’esatta metafora delle metropoli affollate in cui viviamo: tante facce che sfuggono inghiottite dalla routine del lavoro. Senza identità sociale né memoria.

Sul mio sito

19 novembre 2015

Su Lens Culture

A seguito della mia partecipazione al contest di storytelling 2015, Lens Culture mi ha offerto un account free per le mie gallerie fotografiche. Sono molto lieta di questo spazio riservatomi e per la grande visibilità che gode Lens Culture.
Ovviamente, il primo lavoro caricato è proprio Alice Project.
Guarda la mia gallery su Lens QUI


17 novembre 2015

Je crois en la religion de l'amour




Il mio cuore è divenuto capace
di accogliere tante forme
E' pascolo per le gazzelle
e abbazia per i monaci!

E' un tempio per gli idoli
e la Kasba per chi vi gira intorno,
E' le tavole della Tora
e anche i fogli del Corano!

La religione che io professo
è quella dell'Amore.
Per ogni dove le sue alture girano
l'amore è la mia religione e la mia fede.

7 novembre 2015

Il direttore di SDN (Social Documentary Network) Glenn Ruga oggi annuncia in newsletter che sono la fotografa del mese di Novembre. Nella presentazione tocca un tema interessante, quello dei giornali che utilizzano la tecnologia virtuale.
Il New York Times oggi consegna una cardboard VR goggles con la versione stampata del Sunday: in pratica un occhiale di cartone, dove collocare uno smarthpone e vedere le immagini del giornale scorrere in una sorta di stereoscopio. Quali ripercussioni per il giornalismo?
Jake Silverstein, Editor-in-Chief del New York Times Magazine, afferma in un articolo che la tecnologia VR richiede "che si chieda a un soggetto di ripetere un azione, o aspettare finche' il filmmaker abbia completato il suo compito". Siamo dunque ben lontani dal concetto di "non interferire con la situazione" tipica del giornalismo e richiesta come prerogatica necessaria per esempio nella competizione del World Press Photo.
Ponendosi in una posizione di chi crede nel potere delle immagini non manipolate e ferme (dunque nella Fotografia) SDN presenta il mio lavoro come un testamento anti-tecnologico, una ricerca quella di Alice project per porre rimedio ai tanti problemi di attenzione, apprendimento, comportamento, purtroppo anche stimolati dalle tecnologie moderne.
E in effetti sono convinta che il "giochino" del virtuale non debba sostituire il contatto con la realta' cosi' com'e'. Concentrasi sul confezionamento dell'immagine trasforma in fiction/cinema le situazioni reali.
Un grazie a Glenn Ruga per la sua lettura profonda.


...especially proud to present the work of Maria Cardamone as this month's featured photographer for "Alice Project: The wonderland at school." This documentary is a testament to anti-technology. With her extraordinarily beautiful images, Cardamone brings us into an Alice Project school in India where spiritual teachings, yoga, meditation, and ayuverdic massage are used to heal the stress and attention disorders caused by modern technology. In Alice Project schools, discipline problems, hyperactivity, attention disorders, and learning disabilities are practically non-existent. 
Glenn Ruga