25 marzo 2015

24 marzo 2015

Il viaggio di Miro


Incontro Miro mentre sto conducendo un reportage sul circo acquatico in Sicilia. Lui è un ragazzo di 22 anni bulgaro, parte dello staff, senza un ruolo preciso: un “tuttofare” che aiuta dietro le quinte. E’ sempre sorridente, e un pomeriggio seduti dentro la sua stanza nel caravan mi racconta di sua mamma.



“Lei faceva uno spettacolo con un circo, ora sta male, è all’ospedale di Palermo”: per questo lui non lascia la Sicilia. “Una malattia a muscoli e ossa” – dice – “l’ha presa lavorando.” Mi mostra un libro di poesie scritto da un’amica di sua mamma. “Una poetessa. A lei piacciono molto le poesie, è come te. Prenditelo.” Gli dico di no, che il libro e la dedica sono per lui, ma scatto una foto per ricordare, perchè la prima pagina che ho trovato parla di Dio, e ha la data di nascita di mio fratello. 




Mi tratta con gran rispetto Miro, e poi si apre, si racconta. Mi mostra il suo rosario, preso a Međugorje. “Com’è lì, Miro?” “Bello…è bello”. I suoi silenzi dicono un sacco. E poi il circo ha ripreso a viaggiare, con tutti i caravan. E dentro uno di essi Miro, e dentro Miro la sua storia.



22 marzo 2015

Fotografo di g


No non è un errore. Fotografo di G. 
E leggendo si pensa subito quello: fotografo di Guerra. Che scatta quando qualcosa è morto, esploso, ferito. 
Che spara scatti, mentre gli spari arrivano, e deve stare attento a non esser preso.

E invece no. Fotografo di g. vuol dire di Gioia, senza dirlo ad alta voce.
Un lavoro difficilissimo. Un impegno eroico, nel trovare la gioia, fuori e dentro. 
Fermare attimi, su cui lo sguardo nostro si compiace e può partecipare, senza voltare la faccia all'uomo, senza rammaricarsi per la violenza.

Conosco molti fotografi di g. che fotografano gioia vera, non quella ostentata o patinata da passerella, ma trovata per le strade o nelle case dove la gente è se stessa. 
Quasi nessuno di questi fotografi pubblica questi scatti in riviste, eppure offrono le loro vite a uno scopo, combattono a suon di click.

La Gioia è una scelta etica, andrebbe premiata, può salvare tante vite.

MC


20 marzo 2015

Alice Project - scuola di illuminazione a Sarnath

Il cortile della scuola Alice Project
Mi sono avvicinata ad Alice Project per una serie di coincidenze.
Ero in cerca di un reportage a Varanasi e mi stavo documentando sui DOM la casta più bassa in India. 
Trovai un articolo di giornale che parlava di un'associazione italiana che aveva fondato una scuola per i più poveri a Sarnath, a un'ora di strada da Varanasi e che accoglieva anche i cosiddetti "intoccabili". Mi documentai, lessi del loro metodo pedagogico, e trovai che quella storia faceva al caso mio.
Il metodo Alice si occupa di argomenti molto attuali, come i disturbi di apprendimento, la perdita di concentrazione, e il bullismo, lavorando su disciplina personale, meditazione, yoga e sistemi di ampliamento della coscienza. Io ho studiato Lettere Antiche e sarei potuta diventare un'insegnante se non avessi scelto di dedicarmi  maggiormente alla fotografia. Negli ultimi anni mi sono avvicinata a un certo genere di pratiche e letture spirituali, psicologia, pnl, accorgendomi che la formazione scolastica classica non andava bene per tutti, e comunque non bastava per produrre felicità.
Capii che l'apertura della scuola Alice ai più poveri era soltanto uno degli aspetti positivi della scuola, e che essa non si occupava solo di alfabetizzazione, ma di una formazione al benessere. 
Trovai coraggiosa l'iniziativa di questi insegnanti italiani, Valentino Giacomin e Luigina De Biasi, di sperimentare una differente tipologia di scuola in un posto anarchico come l'India, sostenendo le difficoltà economiche così come quelle di integrazione.
Una volta presa la decisione di andare a vedere coi miei occhi, sono stata naturalmente portata a raccontare, attraverso le mie foto, una storia che non si soffermasse morbosamente sui disagi dell'India, ma fondamentalmente parlasse di ricostruzione, tolleranza religiosa, serenità.
Il mio obiettivo era quello di rimanere gentile verso la realtà che osservavo e mostrare che ci possono essere, giornalisticamente parlando, realtà molto interessanti anche se non fanno scalpore. 
Credo che nell'educare ad essere gentili e a sviluppare le qualità umane, questa scuola curi ferite invisibili e stia facendo bene all'umanità.

Per chi volesse vedere il reportage fotografico e leggere l'articolo può cliccare QUI.

18 marzo 2015

India - Varanasi - parte 2

Che ci fa Superman nel Ghat di Varanasi?

Beh certamente fa fotografie...



Si, ci vuole davvero Superman! Per un turista o fotografo straniero, può essere davvero difficile far fotografie senza incontrare qualche ostacolo. C'è chi ti chiama: "ehy man, photo, photo!!!" perchè vuole scattata una foto e ti chiede dei soldi in cambio, e soprattutto c'è chi si mette in posa senza che tu l'abbia chiesto e resta fermo manciate di secondi che sembrano minuti, e finite entrambi in imbarazzo.
In paesi come l'India, ci sono molte più persone per strada interessate a quello che voi fate, per motivi diversi da quelli della legge sulla privacy.
Per far venire in foto qualcosa di naturale, ci vuole tempo... Quello necessario affinché i soggetti si stanchino di mettersi in posa a tutti i vostri click, oppure il tempo per...entrare in sintonia: allora tutti capiscono che la macchina fotografica è soltanto un prolungamento di voi, siete uno tra i tanti, e non finiranno su Vogue.



Il nostro superman può anche agire di sorpresa e strappare uno sguardo particolare, in camera, che non risulti banale. Ma al di là di questo rapporto soggetto-fotografo, i superpoteri in realtà l'ha la macchina fotografica che ha il potere di farci vedere meglio le cose.
Il perchè è facile a dirsi. Voi siete lì a scattare e scattare. A volte qualcosa vi sfugge, ma la macchina fotografica riprende ogni cosa. Tornate a guardare le fotografie e vi accorgete che quel particolare, a voi, era sfuggito, ma a lei, la macchina, no.
"Starò più attento" vi dite, e ci tornate su, un'altra volta, a fotografare con più attenzione. Intanto lo scenario è un po' cambiato, ma voi sapete come fiutare e scovare il particolare: vi è cambiato lo sguardo.
Una parte interessante, quando il fotografo-superman è diventato invisibile, è il ritrarre gli sguardi degli altri. Quelli non rivolti al fotografo, ma che legano i vari soggetti, come delle linee.
Credo che le foto che contengono più sguardi incrociati, siano sempre foto "con movimento". Hanno forza vitale.










Ora...di turisti lungo il Gange ce n'è tanti, e a volte diventa difficile inquadrare senza averne qualcuno sullo sfondo.
Ma quando volevo fotografare il Ghat dal punto di vista della barca in cui mi trovavo... e a un tratto ho visto Superman lì in mezzo alla gente e dentro al mio mirino, mi son detta: "e lui che ci fa là?...scatto?"
Si scatto: per una volta un turista non ha rovinato una foto "esotica", e mi ha dato il pretesto per raccontare un altro pezzetto di India, dal mirino.