31 agosto 2015

Fotografia e la Caverna di Platone.

E torno a parlare di fotografia. Perche' per me parlare di fotografia, significa parlare di tutto quanto, e' la chiave d'accesso a un ipertesto potenzialmente infinito.
Clicchi sulla parola fotografia e si aprono tanti link. Per questo ne parlo poco. Serve ordine prima.
Non c'e' attivita' piu' complessa di quella fotografica. Interrogarsi su di essa e' insieme interrogarsi su di se', sul mondo, e sulla funzionalita' di un messaggio.


Perche' lavorare con le immagini?
Il mondo e' fatto di immagini, e di interpretazioni delle immagini. gran parte delle guerre oggi sono combattute a suon di interpretazioni del mondo
In base alle interpretazioni e alle credenze, esistono le banche, le guerre, e anche i martiri.
Dunque lavorare e produrre nel mondo fotografico significa prendere una posizione interpretativa rispetto a fatti e rappresentazioni gia' esistenti. Ha un aspetto politico interno ed esterno.

Ci sono margini di creativita' per il fotografo oggi? Mi piace pensare di si. Esprimere qualcosa che se noi non ci fossimo non esisterebbe neppure agli occhi di molti.
Noi vediamo e interpretiamo il mondo anche in base a cio' che siamo abituati a vedere.
Se la smettiamo di essere meccanici ripetitori di cose acquisite (attraverso un processo di destrutturalizzazione) forse riusciremmo anche a trovare il gusto pulito dell'innovazione, che poi sarebbe un incontro con la propria autenticita'.

E questo quanto piu' e' necessario in un momento in cui, non la Fotografia  e' diventata meccanicizzazione industriale, uguale a se stessa come prodotta in serie, ma i fotografi stessi sembrano omologati, usciti dalla stessa fabbrica.
Logica conseguenza del Mercato delle Immagini, anche se D'Autore: se ci vuoi entrare devi rispettare degli standard, raccontare certe storie  e in un certo modo, snaturarti, usare il loro modo (dai, foto col 35mm, o medio formato, stessa inquadratura, un bel soggetto di spalle che crea sospensione) per non trovare mai il tuo. E soprattutto per fare FICTION.
Cosi anche nella scelta dei temi, manca originalita'. Nel migliore dei casi, quando si va oltre la noia di temini a portata di mano, si produce cio' che e' accattivantePer intenderci quello che se avesse un titolo in copertina, ne farebbe acquistare piu' copie.
O quello che seduce, vince sempre. Due tette in copertina, l'ennesimo reportage sull'amore gay.

E quello che importa? quello che serve urgentemente? Quello che non e' stato detto?

L'attuale economia e' una perversa e continua stimolazione di: desideri, tossicita', consumo, sperpero delle risorse, accumulo di capitali, creazione di poverta', distrazioni. Per fare fotografia in un contesto economico del genere bisogna stare attenti a non mettere a disposizione le proprie risorse per qualcosa che non genera felicita' vera, ovvero consapevolezza e bene comune.

Vedo l'ego narcisistico di molti fotografi occuparsi di problematiche, rovine, malattie, anche diritti umani negati...tutte cose nobilissime, e di certo utili da sapere. Ma si parla sempre delle stesse cose, cambia soltanto l'anno di produzione. E soprattutto, con dovute, professionali eccezioni, se ne parla con superficialita'. Lo si vede alla presentazione delle mostre del fotografo di turno, da come parla del suo breve "viaggio fotografico". Volete che questo divorare e usare il soggetto fotografato non abbia un effetto sullo spessore del "prodotto fotografico" e del fotografo? 

Non e' il successo a decretare il valore di un autore...ma la sua capacita' di essere un'autorita', un auctoritas (dal lat.augeo= crescere), di farci crescere. Tutti, fotografi, fruitori, direttori, editori, dal punto di vista professionale e umano.

Ogni tanto per fortuna vien fuori un lavoro poetico, leggero, senza pretese. E allora si respira. Magari racconta solo la vita di un uomo che vive in un faro. Ma ti pare che quell'uomo stia salvando il mondo, come dice Borges nella poesia "I giusti". E anche il fotografo che ce lo racconta lo sta facendo. Questo e' quello che intendo.
Ogni tanto qualcuno parla di soluzioni e stili di vita alternativi, sostenibili, ecologici, comunitari, di quei sognatori che pero' vivono davvero in quel modo, non lo sognano e basta.

Lo ammetto, sono stanca di sentir parlare di etica in fotografia, proprio perche' ci tengo.
Una vera fotografia etica dovrebbe fornire strumenti etici di valutazione delle fotografie, e di temi trattati. Forse anche finendo nel paradosso che porterebbe il fotografo a usare mezzi di ripresa e di diffusione dell'immagine (magazine, concorsi,  editori, ecc) pertinenti e derivati dall'attuale sistema economico, ma per documentare – e quindi pubblicizzare – un fenomeno di controtendenza.

Ma insomma, si puo' essere davvero etici se si guarda ai fatti sempre dalla stessa Caverna di Platone? Sono ombre di fatti, raccontate da addormentati incatenati dentro una caverna. Platone che conosceva la televisione, sapeva che i film trasmessi non sono la verita', e di certo non aiutano a viverla meglio.

Spiragli?
I magazine di fotografia online, accessibili a tutti gratuitamente, dovrebbero essere indagati come nuovo fenomeno. Non fosse altro che nascono da studiosi di fotografia e direttori che non devono sottostare a direttive editoriali (leggi economiche) altrui.

La gratuita', la libera scelta di libero scambio, la sinergia, devono e possono essere le chiavi per le interpretazioni del mondo e la base per le fotografie del futuro.

Per la profondita' e l'autenticita' dei lavori fotografici, c'e' da lavorare. Mica ci si libera dalle catene dall'oggi al domani. Anche perche' la Caverna e' larga e condivisa da molti, racconta il mito che se cercate di svegliarli qualcuno potrebbe offendersi.



7 commenti:

Anonimo ha detto...

Alcuni passaggi sono molto interessanti e mi trovano molto d'accordo, anche se sono sempre più convinto che ci vorrebbe più pratica, più attivismo che critiche.

Interessante link
http://www.loeildelaphotographie.com/2015/09/01/festival/29544/the-future-of-photojournalism-by-ed-kashi

Nicola Rizzuti ha detto...

Premesso che avrei da dire per pagine e pagine, mi contengo e vado alla fine. Non sono convinto che regalare il proprio lavoro sia la via giusta (mi riferisco ai magazine gratuiti). Il mercato cambia (e non cambia ne in bene ne in male, non ha coscienza di se è solo segno segno dei tempi) e tu devi assecondarlo o anticiparlo. Vale per i fotografi, vale per gli scrittori, vale per i musicisti, vale per tutti coloro che commercializzano ciò che la legge chiama "opere d'ingegno".
Se via giusta c'è, per me è creare qualcosa di così 'potente' da non potere fare a meno di parlarne. Penso a questa foto: http://www.repubblica.it/esteri/2015/07/20/foto/poliziotto_nero_suprematista_ku_klux_klan-119448478/1/#1
o a questa http://www.ilpost.it/2015/02/12/vincitori-world-press-photo-2015/world-press-photo-6/
http://www.ilpost.it/2015/07/27/foto-sport-altri-protagonisti/smith-carlos-norman/
http://www.ilpost.it/2015/07/27/foto-sport-altri-protagonisti/1965-ali-liston-bout-gloves-auction/
Alcuni spunti di riflessione che mi giungono leggendo il tuo post:
- ha senso nel 2015 la fotografia nell'accezione che ne danno le innumerevoli mostre di amici fotografi o presunti tali?
- ha senso solo il set? Ha senso solo il fotoreportage? Ha senso solo lavorare con le foto e sulla foto con il pc?
- Occorre fornire con la foto un valore aggiunto o basta la foto? Che tipo di valore aggiunto?
- Essere "commerciali" è un'onta o è una etichetta affidata da chi non vende nulla? [suggerimento: Beethoven e Bach scrivevano per l'arte o per mangiare?]

TrecceNere ha detto...

Vedi Nicola il post verteva sulla autenticità, non sui pagamenti. Innanzitutto l'autenticità di stile del fotografo. Poi guadagnare va benissimo, ma vendendo la PROPRIA ARTE, non svendendo se stessi nel piattume anonimo. E' una differenza di qualità e profondità a mio avviso, che si nota.
Non so quanto tu segua il contesto fotografico contemporaneo, ma hanno molto risalto (e anche seguito riscontro economico) sempre più spesso delle fiction... delle foto approntate in tutto come in un set cinematografico, con due tre didascalie per fare scalpore, e che poi neanche corrispondono alla verità. Se la fiction viene intesa come fiction, mi sta bene, è un atto artistico e un rapporto col fruitore onesto. Se invece viene usato nei canali mediatici del Fotogiornalismo (racconto di news e storie vere) è truffa.
Le foto che mi hai postato sono interessanti, più per il ragionamento mentale che ne consegue, che per la loro pregnanza autorale e sentimento. Questo a mio modesto avviso ovviamente.
Fatico a comprendere le domande nell'elenco puntato...Per le mostre di amici nel 2015, non so da dove viene una domanda del genere, non è il mio metro di valutazione quello degli "amici fotografatanti" :) Gli esempi per me sono innanzitutto le grandi opere, e insieme, approfondendo, le biografie e il contesto storico degli autori. Qualche grande maestro ho avuto la fortuna di conoscerlo. Mi è sempre sembrato autentico, formato, profondo. Mario Giacomelli era un grande, e neanche ci guadagnava con le foto. Difendeva la dignità delle sue foto e le sue scelte rischiose, anche a costo di perdere audience a approvazione. La mia critica al mercato non è verso il guadagno, ma verso la prostituzione di sè, in epoca di compensi giocati più sui MI PIACE che sulle banconote.

Nicola Rizzuti ha detto...

Che intendi per "svendendo se stessi nel piattume anonimo" o " la prostituzione di sè"? Ti riferisci ai temi (triti e ritriti, dalla lacrima facile, ... cosa?), alle tecniche, a cosa nello specifico? Partiamo da lì...

UIFPW08 ha detto...

Ebbi il piacere di lavore con Giacomelli a Scanno diversi anni fa..Uno dei pochi grandi che non posso dimenticare..
Il mio abbraccio
Maurizio

TrecceNere ha detto...

Maurizio che fortuna hai avuto!

Nicola intendo lo stile cinematografico e piatto che imperversa (stile danese e finlandese), a cui ci si adegua per essere in linea coi tempi...allo storytelling standardizzato senza propria personalizzazione...ale regole da circolo che imperversano. Mi sembra che il vocabolario sia ridotto, per essere comprensibili a tutti e diretti si parla visivamente anche una lingua fotografica piu' scialba.
Nel modo in cui vengono trattate le storie mi pare ci sia un mordi e fuggi. Dunque continuando il paragone...inglese facile e fast food. E allo stesso modo con cui vengono divorate queste storie si dimenticano.
Ti ripeto, parlo di una tendenza di massa...ci sono belle eccezioni per fortuna. :)

Anonimo ha detto...

Ciao e grazie per l'articolo! Posso segnalarvi questo concorso di SES Astra per foto/video con in palio dei buoni amazon da 75€? Qui tutti i dettagli: http://www.parabolaconvista.it/