15 agosto 2013

I am?

Una domanda onesta.
Sono "io" che invento i conflitti interiori? che li rendo "utili"?
Esplosioni si susseguono in me, come le fusioni nel Sole: generano energia.
Persino illuminano e riscaldano gli altri.
Dentro sono una fucina bollente.
Fuori, da lontano, sono una amata e amorevole stella.


Lo psichismo altrui diventa giorno dopo giorno piu' chiaro. Esplorarlo mi piace, senza pensare al ritorno.
Solo quando smetto di difendermi, o di voler cambiare le strutture psichiche altrui, tutto si armonizza.

Mi pare che l'egoismo sia pulire la propria immagine dalle attese degli altri, e l'altruismo offrire agli altri quello specchio pulito che permetta loro di far coincidere quello che vogliono essere con quello che sono.

E io?
Il monologo di Gurdjeff mi suona familiare. Io. Sono ancora qui.


"I am?...
But what has become of that full-sensing of the whole of myself, formerly always in me in just such cases of self-questioning during the process of  "self-remembering". . . .
Is it possible that this inner ability was achieved by me thanks to all kinds of self-denial and frequent self-goading only in order that now, when its influence for my Being is more necessary even than air, it should vanish without trace?
No! This cannot be!
 . . . Something here is not right! If this is true, then everything in the sphere of reason is illogical.
But in me is not yet atrophied the possibility of actualizing conscious labor and intentional suffering! . . .
According to all past events I must still be. I wish! . . . and will be!!
Moreover, my Being is necessary not only for my personal egoism but also for the common welfare of all humanity.
My Being is indeed necessary to all people; even more necessary to them than their felicity and their happiness of today.
I wish still to be ... I still am!"

G. I. GURDJIEFF - Life is real only then, when "I am"

5 commenti:

Nicola ha detto...

Perché non accettare semplicemente la complessità del proprio essere e imparare a gestire le conseguenze delle proprie azioni? Insomma trattarsi come una "black box". Non è più produttivo? Analizzarsi in profondità per capire meccanismi virtuosi o viziosi non ci allontana dal fine ultimo cioè vivere in armonia con gli altri? È vero che per farlo bisogna essere in armonia con se stessi, ma la continua, quasi ossessiva e, a mio parere, impossibile analisi dei meccanismi del proprio io non genera frustrazione?

TrecceNere ha detto...

Vivere in armonia con se stessi e gli altri e' un percorso parallelo che si perfeziona col tempo.
Ma serve un impegno volontario per perfezionarsi, poiche' spesso si e' meccanici al ribasso, e si replica cio' che si e' ricevuto in famiglia o si riceve dalla societa'...e le societa' armoniche e giuste scarseggiano.
Richiede uno sforzo fare diversamente, uscire dalla meccanicita'. Anche lo sforzo di comprendersi... concordo, non in maniera ossessiva, bisogna anche fluire, in armonia. Credo che accettare la complessita' del proprio essere non significa per forza nasconderla. La consapevolezza non puo' far che bene.

Nicola ha detto...

Citando quel gran filosofo di Totò Schillaci: "sono completamente d'accordo a metà" ;) ne potremmo parlare per ore... chi lo sa? magari un giorno :)

TrecceNere ha detto...

Magari un giorno, infatti. Intanto la tua frase "Perché non accettare semplicemente la complessità del proprio essere e imparare a gestire le conseguenze delle proprie azioni?" mi risuona. Semplicemente grazie :)

Nicola ha detto...

Mi fa piacere! Con l'età ti rendi conto che cambiare paradigma ti allevia di inutili onanismi mentali e ti fa concentrare sull'essenziale.