21 dicembre 2012

Immagin-Azione. L'uso delle immagini nella vita. (intro)

Sono nata in Italia. Ho ricevuto un'istruzione scolastica come tanti altri bambini. Accanto alla O c'era disegnata un'oca. Probabilmente ho conosciuto prima quel disegno che l'oca stessa, perchè per vederne una bisognava andare allo zoo. In ogni caso la mia mente è stata allenata fin dalla più tenera età ad abbinare, e a memorizzare, in base a quegli abbinamenti. Così ho imparato a leggere e scrivere. L'immagine dunque era FUNZIONALE, non aveva valore in se stesso. Nessuno ci parlò mai dell'oca, nè ce la mostrò viva. Però tutti sapevamo a cosa serviva. Quando la maestra chiedeva: "O di...?" rispondevamo "oca" in coro. 
Nei tabelloni dell'alfabeto c'erano anche oggetti che conoscevamo, la C di casa, per esempio, o G di gatto.
Ricordo l' effetto che mi faceva guardare quei cartelloni. Le impressioni cambiavano a seconda di che atmosfera c'era a casa, o del colore del pelo del gatto che avevo. Le immagini dunque, una volta imparato l'alfabeto, avevano perso il loro carattere funzionale, e ne avevano assunto un altro, che potrei definire di TRANSFER. Ogni disegno della casa, era la mia casa, e tutto quello che ci stava dentro, emozioni comprese. Crescendo scoprì un'altro carattere delle immagini, l' OGGETTIVIZZAZIONE: l'oca, la casa, il gatto erano al di là di me, e in effetti proprio per questo, a disposizione di tutti. Erano cioè, cose in sè. Non "servivano", io non vi ci "transferivo" alcunchè, erano piuttosto oggetti vuoti, privi di una mia interpretazione giudicante.
Quando iniziai a  disegnare però mi accorsi della potenza del disegno. Avendo come tutti i bambini un certo bisogno di approvazione, infatti, mi adattai alle esigenze degli adulti, dopo aver mostrato loro qualche disegno che non apprezzavano in pieno. 
La prima esigenza di un adulto è capire esattamente che cosa rappresenta il disegno. Egli, cioè, richiede un aspetto funzionale. Il disegno deve essere riconoscibile e avere un significato. In particolare l'adulto si aspetta che il disegno abbia degli oggetti ben identificabili per tutti, cioè che alla funzionalità si accompagni l'oggettivizzazione, e lo crede "normale", il che significa in un certo senso "dovuto". A volte - strano a dirsi - capita qualche adulto particolarmente interessato al mondo dei bambini, e che si interroghi sui sentimenti che essi provano. In quel caso l'adulto probabilmente svolge un'attività inerente la psicologia e la pedagogia. Ciò che va a cercare dunque è la funzione di transfer, cioè che cosa il bambino ha voluto rappresentare di sè. Il miglior modo che ha un bambino per esprimere se stesso è scarabocchiare, con diversi colori, e con linee che sono simboliche. Tutto quanto allora - il tratto, gli spazi lasciati tra le linee, anche la distrazione con cui si è disegnato - è uno specchio in cui vediamo  le forze che si agitano nel bambino, e distinguiamo se esse sono armoniche o dissonanti.
Tutto ciò è possibile solo prima che l'idea di "forma riconoscibile" degli adulti abbia avuto in lui un'azione formalizzante, e oggettivizzante. Ritornare ai disegni istintivi di un bambino è qualcosa che possono fare solo gli artisti come Mirò. E lo possono fare perchè gli artisti conservano qualcosa di divino che hanno anche i bambini nei confronti delle immagini: la CREATIVITà, ovvero la capacità di non fermarsi al già dato, al mondo per come viene interpretato, ma semmai di servirsene per rimodularlo, trasformarlo, interrogarlo. Questa qualità si perde col tempo perchè la società esige dagli adulti una riconoscibilità, un adeguamento, nel comportamento e nella comunicazione, e in base a questo adeguamento distribuisce anche i meriti, i riconoscimenti, il lavoro.
Per fare un esempio personale. Rendendomi conto delle esigenze degli adulti, da bambina ho iniziato a disegnare sempre meglio, cercando di disegnare come loro erano abituati a vedere e riconoscere, prospettiva compresa. I miei disegni erano realistici come foto, e per di più, riconoscendo come le immagini possano essere un transfer, tendevo a disegnare immagini di ,armonia anche quando dentro non l'avevo. In questo ero dunque creativa, o se vogliamo, trasformativa, ma di fatto il regolarmi in base alle aspettative degli adulti incasellava la mia creatività e ciò riceveva in cambio uno "Brava" sul foglio che per tanti anni mi ha riempito le giornate. Tutte le immagini che ho visto nei libri di scuola o in televisione mi hanno insegnato di certo il culto della forma e dell'armonia, anche se la "tecnica" si portava via un po' di spontaneità.
L'educazione all'immagine è in verità qualcosa di inevitabile. Il mondo esterno si serve continuamente di immagini, e il bambino - che vada a scuola o no - non farà che apprenderle con gli occhi, e rimodularle nella sua coscienza. Interrogarsi allora sull'uso delle immagini e sul valore che ad esse viene dato non è cosa affatto banale. La mia intenzione è di indagare come l'uso delle immagini possa variare, e come possiamo servircene in maniera consapevole, riconoscendone gli inganni e i limiti, come anche le potenzialità sul piano psicologico, storico, politico.
Se le qualità delle immagini sono
- funzionalità
- transfer
- oggettività
esiste anche una forma di creatività, cioè di uso cosciente, che chiamerò Immagin-Azione. Questo è il titolo di questa rubrica.





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