14 maggio 2011

Mi chiederanno di te




Mi chiederanno di te
E nulla vorrò dire,
chè ogni parola
Spiegando
Come una vela
Non ti porti via.

Mi chiederanno di te
E il suono del mare
striderà più forte
stretta catena
Sotto i tuoni lignei di ogni
ciao e addio.

Mi chiederanno di te
E i miei occhi Intatti
sosteranno sui picchi
Della loro voce,
pavimenti di neve scesi
nei corridoi della notte.


Mi chiederanno di te
E tardo incederà il sorriso
che il volto ha tradìto.
Scorgeranno in me i tuoi occhi
linea dell’alba
Sui rami del paradiso.

8 maggio 2011

Visione - reciprocità - illuminazione


Per gli antichi greci vedere un oggetto significava illuminarlo con i propri occhi.
La trovo un'osservazione ...illuminante.

Come il sole è un grande occhio che tutto vede, così il nostro occhio emette raggi ottici, fisici e psichici, portando con sè sentimenti, passioni, stati d'animo.
Lo sguardo, quando raggiunge l'oggetto, gli trasmette ciò che il riguardante prova alla sua vista.

La visione non esiste se non nel caso in cui esista tra ciò che è visto e colui che vede una completa reciprocità, una stretta affinità.

Si crea così una passerella estensibile costituita di una materia comune, a ciò che è visto, a colui che vede e alla luce che consente di vedere.

Socrate conversa con Alcibiade:

"- Hai osservato poi che a guardare qualcuno negli occhi si scorge il volto nell'occhio di chi sta di faccia, come in uno specchio, che noi chiamiamo pupilla perchè è quasi un'immagine di colui che la guarda.
- E' vero.
- Dunque se un occhio guarda un altro occhio e fissa la parte migliore dell'occhio, con la quale anche VEDE, vedrà se stesso [...] Ora, caro Alcibiade, anche l'anima se vuole conoscere se stessa, dovrà fissare un'anima, e soprattutto quel tratto di questa in cui si trova la virtù dell'anima, la sapienza, e fissare altro a cui questa parte sia simile." (Alcibiade, 133 a-b)

Solo guardando al di fuori, a qualcosa che ci è affine, la nostra anima può conoscersi.

Poche volte mi sono sentita a casa come quando ho guardato le stelle. Nel buio della notte, la materia non fa attrito.

E poi nella vita di tutti i giorni trovo una lampadina che si chiama COLPO DI VENTO. E nei nomi l'uomo mi sembra ancora geniale. Una lampada che si piega appena, come un soffio su una candela. Fiamma per sempre ferma nell'attimo di essere trascinata. Un nome che è in definitiva un'ombra nella caverna di Platone, ma di cui il vento fa percepire il fluire, il tempo.
L'ho vista, e mi ha rivelato parte di me. In un attimo è diventata la mia lampadina preferita, perchè parla di fuoco e aria, di questo tempo che fa la vita umana. Parla del tentativo umano di fermarla, click ogni tanto, in un attimo, in un colpo di senso.
C'è qualcosa che riconosco, mi sembra che l'interruttore sia acceso dentro di me, e poco importa
se alla lampadina reale arrivi la corrente.
Quando guardo chiaro, ogni cosa si fa illuminata.

(In - spirando)
Jean-Pierre Vernant, L'uomo greco, Laterza (pag.15-19)
http://youtu.be/3-V-0Ao870g