31 maggio 2010

Let's work together



Ok la prima cosa che vi chiedo è di arricciare i piedi (rigorosamente piedi nudi) o di ondeggiare il sedere ascoltando la canzone. Ma potete anche arricciare il naso perchè ho scritto la parola sedere e... grattarvi... il culo. Sentitevi liberi, davvero, in ciò che vi viene più naturale.
Il reportage sullo Zen ha portato degli effetti positivi, riflessioni, condivisione, confronto, e...partecipazione. Chiunque avesse un'idea si senta libero di partecipare, e se non puo' andare direttamente allo Zen per realizzarla puo' mettersi in contatto con me. Puo' essere l'invio di una coperta, cibo, o giochi per i bimbi... potrebbe passare un medico a dare un consiglio, o un musicista giusto il tempo di fare un pezzo al violino... anche la Bellezza è utile, ed è un modo per vivere questo angolo di città dimenticata e riscoprire la gratuità di un dono. Ma di Zen ce ne sono tanti, allora ciò che voglio dire davvero è: non restiamo soli. Lavoriamo insieme.

Together we'll stand
Divided we'll fall
Come on now people
Let's get on the ball
And work together
Come on, come on
Let's work together
(Now now people)
Because together we will stand
Every boy, every girl and man
People, when things go wrong
As they sometimes will
And the road you travel
It stays all uphill
Let's work together
Come on, come on
Let's work together
You know together we will stand
Every boy, girl, woman and man
Oh well now, two or three minutes
Two or three hours
What does it matter now
In this life of ours
Let's work together
Come on, come on
Let's work together
(Now now people)
Because together we will stand
Every boy, every woman and man
Ahhh, come on now...
Ahhh, come on, let's work together...
Well now, make someone happy
Make someone smile
Let's all work together
And make life worthwhile
Let's work together
Come on, come on
Let's work together
(Now now people)
Because together we will stand
Every boy, girl, woman and man
Oh well now, come on you people
Walk hand in hand
Let's make this world of ours
A good place to stand
And work together
Come on, come on
Let's work together
(Now now people)
Because together we will stand
Every boy, girl, woman and man
Well now together we will stand
Every boy, girl, woman and man


23 maggio 2010

Zen. Storia di persone.




Sono stata al quartiere Zen di Palermo per documentare la situazione dei senzatetto recentamente sfrattati con gli sgomberi effettutati al fine di consegnare gli alloggi agli effettivi aventi diritto. Questo video di mie foto vogliono mostrare (e ricordare) il lato umano della vicenda. Troppo spesso ho sentito parlare di "giusto" e "sbagliato", in termini poco umani, ho sentito o letto frasi che inneggiavano alla punizione degli abusivi, senza minimamente porsi il problema della loro salute e del loro benessere. Credo che una società giusta non si veda dalla quantità delle punizioni che dà, ma dalla sua capacità di distogliere dalla deliquenza, di rimuoverne le cause. E tanto più quando si parla di "diritto alla casa", salta agli occhi come sia lo stato di necessità a spingere quelle persone a occupare appartamenti vuoti, a farsi la guerra tra poveri. Ho parlato coi ragazzi della zona, e non sono deliquenti, nati deliquenti, in quanto figli di delinquenti. Sono ragazzi che a volte magari scimmiottano gli adulti, mettendosi l'aria da duri (per autodifesa, o per legge di strada), ma non sono "parassiti" della società che non vogliono lavorare. Vogliono uscire da quella situazione. Certo, non vedono per sè grandi prospettive, consapevoli dell'emarginazione che la loro situazione socialmente e culturalmente produce, non hanno mai sentito davvero il diritto di chiedersi "cosa vuoi fare da grande?", e di potere scegliere. Alla risposta vera si sovrappone sempre una necessità più grande: tirare a vivere. Questi ragazzi vogliono esserci. C'è una grande forza e volontà di presenza nei loro occhi, c'è voglia di lavoro e di casa, e l'umiltà di chi sa che non puo' permettersi tutto ciò che sogna.
In questo video ci sono i loro occhi, e quelle delle mamme incinte che non hanno visto nemmeno un'ombra di assistenza sanitaria. E mi chiedo dove siano i medici, penso alla facoltà di medicina di Palermo stracolma di ragazzi, studenti come me, al punto da essere a numero chiuso e motivo di "lotte" ogni anno per aggiudicarsi l'accesso, e nessuno che venga a fare volontariato, fosse anche una visita e un consiglio per la dermatite della bimba che dorme da giorni in una tenda. Forse un giorno sarà inventata la laurea in Umanità, chissà, magari qualcuno aspetterà comunque il famoso "pezzo di carta" prima di sentirsi umano.
Proprio ieri ho visto un servizio sul tg regionale, e le domande come le risposte erano "crudelmente" asettiche. E ora mi spiego perchè a volte la gente che sta bene parli senza coscienza, di punizioni e repressione. Perchè nei servizi di informazione spesso non c'è risveglio della coscienza umana, e non parlo di una versione edulcorata o volutamente toccante. E' che davvero cambia tutto, a seconda di come venga mandata in onda una notizia, e spesso queste persone che non hanno i mezzi per difendersi (anche mediaticamente) vengono trattati come cose. Per chi guarda il tg l'intervistata è solo una donna abusiva, mentre con la dignità tipicamente siciliana e il volto scuro dice - "ci hanno lasciati soli." E intanto mangiando un piatto di pasta qualcuno a casa sua commenta "ma che vogliono questi abusivi? Hanno sbagliato e ora pagano."
Per cui vi invito, se vi piace, a divulgare questo video, dove ci sono foto anche di sorrisi, e di situazioni quotidiane (le stoviglie in una bacinella, la moka sul fornellino) perchè anche nello stato di necessità una forza superiore si impone, sopravvivere e vivere,e le persone sono ancora persone. Gli scatti sono del 19 maggio 2010, quella notte e quella successiva a Palermo ha piovuto. 34 famiglie aspettano che il Comune trovi loro una sistemazione e intanto dormono in tenda vicino a quelle case dove (paradossalmente) gli era stata certificata la residenza e avevano ricevuto la cartella elettorale.
Anche questa è Palermo, anche questo siamo noi.

20 maggio 2010

Palermo, Zen.


Prima racconto l'esperienza personale, rimando il servizio di cronaca a quando saranno pronti i negativi (un rullo è già steso ad asciugare). Solo una piccola premessa. Lo Zen 2 di Palermo è stato teatro ultimamente di malumori tra occupanti delle case e gli effettivi aventi diritto. Dopo gli sfratti, gli ex inquilini vivono lì in delle tende. La polizia protegge i nuovi arrivati. Appena arriviamo tutti ci guardano dai balconi, sanno che siamo estranei. Il Dottore avanza qualche perplessità. Ne usciremo vivi? Gli dico che se resterà tranquillo nessuno lo toccherà. "Ah è come per i cani che sentono la paura." dice lui. Una breve sosta e un caffè dalla zia di Tony, che mi mette una bambina di 3 settimane in braccio. Sofia. Non avevo mai preso in braccio un neonato e mi rendo conto di quanta poca dimestichezza abbia coi cuccioli di umano. Riprendo la macchina fotografica, analogica, rulli bianco e nero. Tony avanza col fish-eye e diapositive colore. Il Dottore in digitale. Perfetto direi. Quando ci avviciniamo alla zona degli occupanti sfrattati la musica napoletana ci dà il benvenuto. E' strano, giuro, ma in quel contesto ci sta davvero bene. Fa parte del tutto, è come l'aria calda nel deserto. I ragazzi rimangono un po' indietro, hanno timore e timidezza a passare quel varco fatto di bambini e motorini e gente che ci guarda. Rompo il ghiaccio e passo sorridente. "Stiamo facendo un servizio". Vanno a chiamare il portavoce della protesta. Mentre parlo, una ragazza passa con un pacchetto di patatine e ce ne offre un po'. Ne prendo una anche se non mi va, così si fa per non esprimere distanza. Il portavoce spiega la situazione, parla bene e ha lo sguardo sveglio di chi non smette mai di combattere. Come ti chiami? Vincenzo. Alla gente piace sentirsi chiedere il nome, e a me piace ricordarli. Ci spiega tante cose, 34 famiglie sfrattate e bambini che si sono ammalati perchè costretti a vivere in tenda. Si parla di assistenza medica (assente), della protesta del giorno prima, degli appartamenti (uffici) che dovrebbero dargli se tutto va bene. Dopo un quarto d'ora circa decido che può bastare. La gente ci ha visto parlare con Vincenzo, i bambini come squali si avvicinano a cerchi concentrici sempre più stretti. Ormai siamo dentro. Vado da loro a fare qualche foto. Uno di loro mi minaccia - "A mia foto unn'a fari, ca ti rumpo a macchina!", avrà 10 anni, e mentre gli si alza l'angolo della bocca che strozza un sorriso, si vede chiaramente che lo fa solo per fare il duro davanti agli altri. "Ok a te niente, pazienza gli altri diventeranno famosi e tu no". E' un bambino, che ride. Sta solo recitando una parte che ha visto fare ai grandi, e lo rassicuro "No a te no, già mi hai minacciato." Si scherza. I bambini mi chiamano. - Ce la fai una foto? - Ma ceeeeeeeerto! Poi ci inoltriamo nella zona tende. Lì ci aspettano 5 donne, tre di loro sono incinte, e hanno altri bambini piccoli. Parliamo un po', si scherza e si parla anche seriamente del problema. Si mettono in posa, una di loro chiama un bambino a sè e se lo mette in braccio: "Chistu pure mio è". Chiedo i loro nomi. Dopo 1 oretta mi mettono alla prova: ma te li ricordi? - Certo. - (Le indico). Valeria, Maria Concetta, Giovanna, Giovanna, Francesca. - Miiiinchia. Già. Non so che mi prende oggi, concentrata, sveglia coraggiosa, e il dito sul click pronto a scattare veloce. Riesco a prendere al volo la bambina che in braccio al papà si nasconde il volto fra le mani. Si imbarazza, ma un po' le piace che siamo lì e ride un sacco dietro alle manine. Oggi sono compiutamente io. I ragazzi dello zen ci chiedono sigarette. Uno di loro mi vede col tabacco, vuole rullare lui e glielo lascio fare. Il Dottore presta la sua macchina fotografica a un ragazzino, che inizia a fare foto ai suoi amici e a noi. Mentre ci abbracciamo in posa chiedo al ragazzo accanto a me se gli piacerebbe imparare la fotografia. Ci mette un po' a rispondere, come se non sapesse bene cosa vuole, come se non glielo avessero mai chiesto. Alla fine l'impressione è che la risposta non sia del tutto sua e che si imponga una necessità più grande. - mmm... non lo so... ma per camparci? ...è che devo fare l'alberghiero... - Mentre sono lì che si fanno le foto hanno la luce della novità negli occhi. E in fondo si vedono in maniera diversa, tra loro stessi, attraverso il rettangolo del mirino. Mentre ce ne andiamo c'è ancora musica napoletana. Due ragazzine prima sempre in disparte stavolta mi chiedono una foto. Allontanano i maschietti perchè vogliono essere solo loro due abbracciate. "Poi gliele mandiamo a Saranno Famosi", dicono, ma negli occhi si legge che sanno che è un sogno morto in partenza. E sento una lieve pressione al cuore per quei sogni da bambina, per quei panni stesi al sole di una casa che non è neanche loro, per quella musica napoletana, perchè vorrei dire loro tante cose, ma oggi devo andare via. E oggi me le hanno dette loro.






La prima foto in bianco e nero è del Dr Feelgood. La prima prima e l'ultima ci sono state scattate da un bambino dello Zen.Non posso fare a meno di notare la posa del ragazzo accanto a me, braccia conserte come un calciatore, l'aria da duro come qui ha imparato.

19 maggio 2010

Incontro con Fotografi Senza Frontiere

E’ il 16 dicembre 2009. La sala conferenze dell’Associazione Imago di Palermo si riempie. L’incontro organizzato per questa giornata è diverso dagli altri. Non è una conferenza sulla storia della fotografia, né su uno specifico genere di fotografia. L’impressione oggi è che si vada più in fondo alla missione di un fotografo, al suo aspetto umano. Giorgio Palmera racconta le sue esperienze, e non sembra essere solo. La voce esce corale: i nostri ragazzi, ripete, o i nostri collaboratori. La lezione è importante e salta agli occhi. La fotografia è il mezzo, certo quello che un pubblico di fotografi o fotoamatori come noi può apprezzare, ma pur sempre un mezzo per esprimere se stessi, per liberare un’identità e, lasciando le manie di protagonismo da reporter, aiutare a liberare anche l’identità di un altro. In una società che impone la sua visione del mondo precostituita, dare la possibilità proprio a dei ragazzi che vivono realtà difficili, di esprimersi compiutamente, di liberare la loro visione del mondo, di avere una prospettiva in più, è un atto di amore verso l’umanità, verso se stessi anche. Perché dalla libertà di espressione, di autoconsapevolezza, di un altro, ne guadagniamo anche noi. Ed è una ricchezza senza portafoglio.
La cosa che più colpisce di questa associazione è la loro visione delle frontiere, e il nome appare semplicemente perfetto. Non ci sono nel mondo frontiere che non si possano superare, si può arrivare ovunque: Uganda, Palestina, Saharawi. Ma non sono le uniche. L’aspetto più sorprendente è che chi fa parte di FSF non ha paura delle frontiere più profonde, quelle che ci portiamo dentro, quelle culturali certo, ma anche quelle prettamente personali. Non c’è lezione più grande che si possa dare che mettere una macchina fotografica in mano a un ragazzo, come una penna o un pennello, e dirgli sii te stesso, con la tua storia, col tuo bagaglio di esperienze, con la tua specifica sensibilità. E tutto viene messo in circolo. Ricerca, consapevolezza, dono. Sapere che i seminari hanno una lunga durata, ci dimostra ancora di più la serietà della cosa. Le foto scorrono sul monitor una dopo l’altra. Attraverso esse viaggiamo nei posti, conosciamo la storia del nostro secolo, ma soprattutto ascoltiamo gli uomini. Come una marea, che abbattendo gli argini facciamo entrare. Tolti i pregiudizi, e anche la presunzione di sapere com’è l’altro, come vive, queste foto non sono cose. E l’intrinseca bugia della fotografia, il mezzo, diventa una possibilità portentosa di verità, soggettiva.
Per citare Beccaria: “Non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che in alcuni eventi l’uomo cessi di essere persona, e diventi cosa.” Anche i fotografi spesso se ne dimenticano, ed è questo che invece Fotografi Senza Frontiere ci ricorda. Grazie.




12 maggio 2010

Aletheia

"Le cose non nascoste", il nome greco per la Verità. Ma quanta strada bisogna fare per arrivare ad accettare anche un solo pezzo di Verità? Solo da oggi per una serie di concatenazioni, ricerche e illuminazioni, posso dire di aver veramente chiaro nella mia coscienza che

il Nulla non è mai esistito.

Un'evidenza.

Saperlo veramente è già qualcosa (frase ironicamente appropriata) in questa ricerca da Argonauta.