19 novembre 2008


- E com'è?... Il mare, com'è?

Sorride, Elisewin.

- Bellissimo.

- E poi?

Non smette di sorridere, Elisewin.

- A un certo punto, finisce.



"Oceano Mare"
A. Baricco

13 novembre 2008

Avvertenze: Solo per fotodipendenti

Ieri alla mostra si parlava con dei signori. Uno di loro, poco amante dello still life, autodefinitosi bressoniano, mi ha chiesto: "Perchè fa foto di composizione? Nella realtà ci sono verità più belle e dirette da catturare!"
"Non lo dubito, solo che per dire certe cose, specie i concetti, riesco a essere più puntuale con una foto pensata ad hoc, creando un'immagine personale, originale."
Ovviamente non ne siamo venuti a capo. I gusti sono gusti. E le personalità sono personalità. Gliene sono grata. Ogni tanto alle mostre si parla di fotografia e quando capita poi ci si riflette su .

Nel mio primo approccio alla fotografia, inizialmente mi ha colpito molto il lato bressoniano...il momento colto per strada, quel momento e non un altro, quello lì mentre passa il tizio in bici, veloce! scatta! che con le scale crea tutto quel gioco di forme ombre e rimandi....click. Quel lato lì. Poi sono diventata spietata. Come sempre ci ho cercato un senso. Un racconto magari, ecco. Non foto qua e là... Se deve essere realtà, che sia reportage, piuttosto. Interessante, concreto, utile (e comunque sempre bello a vedersi), forse troppo dentro alla storia, al presente, per una come me.
Insomma mi trovo a parlare con questo signore, e mentre parla male dello still life dentro di me passano delle immagini: peperoni di Weston, conchiglie. Mi trovo a pensare: cazzo, è più sensuale un fiore di Mapplethorpe che uno dei tanti ritratti fatti a Marilyn Monrooe...
Perchè quel fiore è l'emblema della sensualità, vuol dire scendere fino al concetto, all'IDEA, e stupisce come usando la psicologia, il richiamo di forme e sensi, l'esperienza dell'osservazione, si possa rendere quel concetto, non con l'oggetto tipico su cui l'essere umano trasferisce di solito l'idea (la donna, le labbra)...ma con un fiore...che di solito non ha mai ispirato nessuno, ecco.Rivedo anche quel delizioso modo di vedere le piccole cose di Kertesz, ancora quella foto della forchetta mi passa per la mente...Quel signore mi guarda e mi dice: "non te la devi prendere" (non me la prendo) " ma lo still life per me non è fotografia".
Mi chiedo cosa porta gli uomini a farsi limitare dai concetti.
Cos'è fotografia? aderenza alla realtà? Se sì, beh fotografando si lascia sempre un pezzo di realtà. Ciò che è lì in quel momento, hic et nunc. Per quanto si possa sfocare, o creare effetti...lì è, il nostro oggetto.

Cos'è grave nello still life, cosa lo allontana dalla fotografia? il fatto di aver composto una realtà personale? E' grave l'atto creativo piuttosto che la ricezione della realtà?Potrei dire che fotografare è sempre un atto creativo, anche quando si pensa di aver subito la realtà che scorre...la bici di bresson...in realtà, anche lì si è creata una nuova realtà, si è fermato un senso, un rapporto di elementi nel rettangolo del mirino, togliendone altri. Per cui no, non l'accetto. E' proprio la stessa cosa. Fotografia è essere puntuali. Si crea un discorso con un clik...quello che poteva passare inosservata, diventa una realtà per tutti. Facendo una foto si crea, si dà atto alla potenza.Posso ipotizzare che quell'uomo magari dia un valore all'estemporaneità, ecco. Magari apprezza di più la velocità che ha Bresson nel formare un senso (cioè una fotografia) colto per strada.
Ma non rischiamo così di svalutare la fotografia a un modo (velocità di esecuzione, mezzo, tecnica, genere fotografico ecc)? E' tutto lì? Non credo.

Ad oggi ho una mia risposta, su cos'è la fotografia.
E' prendere per il culo chi guarda, come se quella fosse l'unica cosa da guardare, (e a volte è davvero la migliore).Ma smettiamola di dire che la fotografia è verità. Di pretenderla da lei. Di crederci anche.E' sempre una bugia, detta magari (paradossalmente) per far capire meglio le verità notevoli (reportage), o per far scoprire il concetto filtrato da una soggettività artistica (un certo tipo di still life, o anche di paesaggio astratto e surreale...), una bugia estetica per vendere un prodotto, e spesso una bugia (che pretende di essere vera in assoluto) per documentare. (Sulla bugia insita nella documentazione ci sarebbe davvero da dilungarsi).Sono alla premiazione delle mie foto di still life, con la sensazione di avere detto la bugia che più ha convinto. Durante lo spettacolo qualcuno scatta e documenta volti di musicisti, espressioni e strumenti: è la bugia che hanno scelto di dire. Qualcuno, sono sicura, come me fa cose diverse.Io ho provato a fotografare la musica del violino. Con la piccola fujii che avevo, con la luce che c'era, per come meglio credevo di poter fare.
Non male. Dico.
A qualcuno se vorrà, spiegherò perchè non si vede il viso, perchè non è ferma, perchè.
Chiedo troppo se guardandola vi limitate a credere alla bugia, che lì dentro a quel rettangolo un violino sta suonando?
Non mi interessa altro che lo sentiate.

11 novembre 2008

Inaugurazione Fare Verde Farebbe

Manifestazione Culturale - Concorso FIAF - Mostra Fotografica - Spettacolo inaugurale
FARE VERDE FAREBBE
Una collettiva di fotografi tutti appartenenti alla Casa dei Flickeriani di Palermo e dintorni. Ventisette scatti d’autore raccontano un’unica sensibilità collettiva.
La mostra a tema aprirá le porte martedí 11 novembre ore 21.30 (in poi) con la performance musicale dell´ensemble Bethshebae la pièce teatrale dell'Ats Spazio Zero.
L'inaugurazione martedì 11 novembre dalle 21.30 in poi Al Teatro Montevergini (Associazione TeatroPalermoFestival) Piazza Montevergini, 8 Palermo
Performance musicale dell’ Ensemble Pethsheba
Pièce teatrale a cura dell'Ats Spazio Zero
Video Proiezione fotografica delle foto dei membri del gruppo
Degustazione di prodotti biologici naturali a cura di biosicily export
Aperta al pubblico
Da giovedì 13 a sabato 15 novembre dalle 17.00 (in poi)Per qualsiasi segnalazione o domanda scrivete all'indirizzo:
latorelazioni@gmail.com
o chiamate il numero +39 320 5344467 (Flavio VICARI)

10 novembre 2008

La terza scatola.

Stanotte ho preparato una scatola. L'ennesima, solo che è virtuale. Non che non ci abbia rovistato in passato, nelle vecchie scatole. Solo che lì le foto si toccano, le lettere si sfogliano, gli oggetti si prendono. Le cose odorano. Memoria analogica. Le cose le metti via ma sono sempre tangibili.
Oggi mi ritrovo con una cartella con su scritto PASSATO. Ferma al centro del desktop, pesa 12 Gb. L'ho preparata con cura ieri notte, ho messo ciò che sono stata, gli affetti, le conversazioni, gli scritti, le confidenze, le foto. Ho sistemato i ricordi, fatto dei dvd qualora avessi bisogno di riprendere qualcosa. Butto tutto in un cestino. SVUOTA.
Tutto questo pulito per un attimo è rassicurante.
Rimango con la sensazione di non saper più raccogliere un presente. Di non avere più un'intimità da spendere.
Mi viene in mente un film in cui si può decidere di cancellare la memoria come un file. E in qualche modo sono contenta di non averlo potuto fare.
Che non sia questa la mia incoscienza.

1 novembre 2008

In-coscienza

Dovrei smetterla.
Di cercare il senso nelle cose, rimpastare le sensazioni i suoni i colori le forme gli odori. Dovrei accontentarmi dei pezzi senza dover per forza dare un senso al puzzle che in fondo non esiste, se non nella mia mente, nell'unicità della mia esperienza. Piantarla di cercare connessioni, di giocare con le analogie, di ridere dei contrasti.
Dovrei concedermi un po' di commozione, ogni tanto. Così, commuovermi. Smetterla di essere così spietata con la vita da pretenderne continuamente un senso. Dovrei iniziare a perdonare, prima ancora della vendetta che ogni volta, comunque esigo.
Avrei bisogno di incoscienza, di una memoria a breve termine, di stupidità anche.
Permettermi il lusso di riposare i pensieri. Di non fare i conti con me stessa ogni volta. Il lusso di non avere niente da scrivere, da dire, senza farmene un problema, senza neanche sapere che fa male.
Dovrei fare tutto senza un peso, alzare un bicchiere per alzarlo, posare un bicchiere per posarlo. E non aver deciso nè l'uno nè l'altro gesto. Accettare il caso come un caso. Il bicchiere che può essere pieno vuoto rotto o non esserci affatto. Non dare per scontato neanche la mia presenza, davanti a quel bicchiere. E smetterla di fare della filosofia spicciola, di pensare di potere educare la gente, di avere qualcosa da insegnare, smetterla di compiacermi per ciò che ho imparato, e di prendermi sul serio anche quando rido di me. Dovrei prendermi un minuto di in-coscienza in fondo, proprio per tornare a sentirmi giusta e me stessa solo con tutto questo. Ma di quel minuto io già rido. Non si scappa e non si torna. Da se stessi.